Morire per essere gentili

Riflettevo: siamo ormai pronti a giustificare tutto, e al contrario a colpevolizzarci di e per ogni cosa ma, questo dove ci sta portando tutto questo?
La domanda successiva che mi ponevo è:
Cosa succede quando una società innalza il vittimismo a virtù morale e considera la punizione un atto di crudeltà? 
Nell’analisi parto da qualche concetto di base: 
L’EMPATIA è la capacità di comprendere i pensieri, i sentimenti e lo stato d’animo di un’altra persona “mettendosi nei suoi panni“, ma mantenendo al tempo stesso una chiara distinzione tra il proprio io e quello dell’altro.
La parola deriva dal greco ‘en‘ (‘dentro’) e pathos (‘sofferenza’ o ‘sentimento’), ed è un concetto fondamentale per le relazioni umane.
Le componenti principali che compongono l’empatia sono:

  • Cognitiva: La capacità di comprendere il punto di vista e i processi mentali dell’altro.
  • Affettiva: La capacità di sentire emotivamente una risonanza o una condivisione rispetto a ciò che l’altro sta provando.
  • Motivazionale: La spinta (eventuale) a rispondere in modo solidale o d’aiuto di fronte alla sofferenza o al bisogno altrui.

L’empatia ha anche delle basi scientifiche nei neuroni specchio: che sono cellule cerebrali che si attivano sia quando compiamo un’azione o vediamo qualcun altro compierla o provare una determinata emozione, fornendo una base biologica alla nostra risonanza interiore.
L’empatia non ci sono dubbi è una virtù, è una delle cose migliori di noi.
Secondo gli paleoantropologi la empatia si è evoluta per un motivo: per prendersi cura dei nostri figli, dei nostri parenti, della nostra tribù.
Era calibrata per un mondo in cui le persone di cui ti importava erano quelle intorno a te, e in cui l’empatia veniva sempre accompagnata dal suo contrappeso: l’istinto di proteggere i tuoi e di riconoscere una minaccia.
Ma cosa succede se una società trasforma l’empatia in un principio morale assoluto, se la sensibilità e i sentimenti sostituiscono i fatti e la responsabilità individuale?
Per rispondere a questa domanda utilizzo un famoso, sintetico ed efficace, detto popolare:
“Buono sì, ma scemo no”
Significa esattamente: va bene essere gentili, generosi, empatici e disponibili con il prossimo, ma c’è un limite invalicabile oltre il quale la bontà diventa ingenuità e si rischia di farsi calpestare o prendere in giro.
Perché c’è sempre chi scambia la tua educazione o la tua pazienza, la tua empatia per debolezza, per sfruttarla e metterti in condizione di sudditanza, di inferiorità o ancora utilizza e strumentalizza le tue virtù per mascherare e portare avanti la sua ideologia. 
Il detto nella sua secca concretezza stabilisce un confine sano tra l’essere brave persone e il farsi manipolare, prevaricare, dominare o sostituire.
La tesi di fondo è potente nella sua semplicità: l’empatia è una virtù ma, come tutte le virtù può diventare disfunzionale se:

  • applicata nel modo sbagliato, 
  • verso il bersaglio sbagliato, 
  • con intensità sbagliata.

e, nel peggiori dei casi, patologica potrebbe risultare distruttiva per chi la manifesta. 
Questo tesi si esprime in un termine ben preciso:
EMPATIA SUICIDA:
è una forma esagerata, mal indirizzata e patologica di empatia, in cui il desiderio di compassione, di comprensione e di apparire buoni prevale sul pensiero logico, sulla verità e sulle conseguenze a lungo termine.
L’empatia suicida è un concetto sociologico e psicologico sviluppato da molti studiosi dei comportamenti, il termine è stato coniato da Gad Saad uno psicologo evoluzionista, saggista e professore universitario.
Saad è nato a Beirut in Libano, da famiglia ebrea, a causa della guerra civile libanese e delle crescenti tensioni, la sua famiglia fugge in Canada, stabilendosi a Montréal e quindi è naturalizzato canadese.
Scienziato, studioso attivo nel campo della psicologia evoluzionista applicata al marketing e al comportamento d’acquisti è stato per più di 30 anni docente alla Concordia University di Montréal.
Un uomo che è fuggito dalla guerra civile libanese da bambino, quest’anno si è trasferito negli Stati Uniti per accettare un incarico all’Università del Mississippi, motivando questa sua decisione con il crescente antisemitismo spiluppatosi in Canada.
Saad sapeva sin da bambino quando una società si sfascia, adesso è nuovamente testimone in prima persona di queste nuove forme di degenerazione.
Nel suo nuovo libro, pubblicato nel 2026, ‘Suicidal Empathy: Dying to Be Kind’, ‘Empatia suicida: Morire per essere gentili’ – che è il seguito naturale del suo precedente ‘The Parasitic Mind’ – l’autore analizza come politiche e atteggiamenti culturali basati su una compassione cieca possano minare i fondamenti della civiltà moderna. Da studioso della psicologia evoluzionista, Saad riconosce che l’empatia è fondamentale in determinati ambiti, affettivo, familiare, essendo gli esseri umani degli animali sociali, l’empatia è il sentimento che ci rende completi, permettendoci di aiutare chi ne ha bisogno invece di restare indifferenti al dolore altrui. 
Ma cosa succede quando esageriamo con l’empatia, quando si elimina una classe intera di variabili del problema perché politicamente scomoda:

  • quando sovrastimiamo l’ideologia sui dati reali, 
  • quando facciamo diventare l’empatia l’unica chiave di lettura della realtà e abbandoniamo l’uso della ragione per paura di apparire insensibili, 
  • quando la società diventa così empatica da tollerare l’intolleranza? 

Ne emerge un altruismo distorto, una “bontà mal diretta”, un meccanismo perverso che, in nome di un “umanitarismo ideologico”, impedisce di vedere le cose come stanno che, e invece di migliorare la convivenza civile, ne sovverte i fondamenti, un rovesciamento radicale della nostra scala dei valori:

  • la verità viene subordinata alla sensibilità, 
  • la responsabilità sacrificata sull’altare dell’autocommiserazione.

Secondo Saad, l’empatia suicida è l’incapacità di prendere decisioni ottimali a causa della priorità data alla compassione, alla comprensione e all’empatia rispetto al pensiero logico e alle conseguenze a lungo termine, quando si è “psicologicamente e ideologicamente” condizionati rispetto a un corso d’azione razionale, una perdita del contatto con la realtà. 
Saad: In ‘The Parasitic Mind“ha descritto i patogeni delle idee, l’ideologia che dirotta il nostro ragionamento.
In ‘Empatia suicida’ è il corrispettivo emotivo: l’ideologia che dirotta la nostra compassione.
L’empatia suicida divide il mondo in oppressori e vittime, esige empatia illimitata per chiunque sia classificato come vittima, qualunque cosa esso faccia.
L’empatia nell’era dei social media, diventa status,  diventa spettacolo, e infatti artisti, personaggi del cinema, teatro e TV più o meno noti, politici, giornalisti, intellettualoidi, fino ad arrivare a influencer scarsamente alfabetizzati, lanciano messaggi, solidarizzano con le vittime o ritenute tali: tanto non costa nulla è pubblicità gratuita, audience, si guadagna applausi.
Tanto i soldi li cacciano gli altri, il conto dei danni lo pagano altri, tutti noi che paghiamo le tasse e rispettiamo le leggi, anche i ceti medio bassi, la classe operaia, le periferie, i negozianti, le città che devono riordinare, le vetrine e le auto spaccate, anche chi semplicemente cammina per strada o le donne che tornano a casa di notte.
Analizziamo meglio questa teoria che è nata dalla analisi e dall’osservazione pratica reale.
Secondo la teoria, il meccanismo di mettere la priorità delle emozioni sulla verità oggettiva, porta a giustificare comportamenti distruttivi, a elevare il vittimismo a virtù morale e a ignorare i rischi per la sicurezza, la libertà e la stabilità delle istituzioni democratiche occidentali e la libertà individuale.
Ed è quello è già accaduto negli USA e in parte in Canada e adesso sta incendiando e corrodendo l’Europa dal suo interno, che ignara, come una sonnambula rischia di autosabotarsi, l’OCCIDENTE è diventato il suo primo nemico:
L’OCCIDENTE CHE DIVORA SE STESSO!
Una società talmente terrorizzata dall’idea di apparire intollerante da non avere più il coraggio di difendere la propria cultura, la propria identità e le proprie libertà.
La civiltà occidentale non è perfetta, ha commesso atrocità, ma, la nostra storia non è solo:colonialismo, razzismo, sfruttamento e ingiustizie. 
Ma è stata e resta una delle più grandi conquiste della storia umana!
Il mondo intero e l’intera umanità per millenni ha beneficiato, e continua a beneficiare, dei suoi progressi: scienza, medicina, industria, tecnologia per non parlare dei diritti umani.
L’occidente è il luogo dove maggiormente si rispettano i diritti di tutti partendo dalla abolizione della schiavitù, costituzioni liberali, libertà di espressione, separazione dei poteri, stato di diritto, emancipazione femminile, tutela delle minoranze.
È il segno di una patologia, di una devianza culturale: in questo clima, chi produce e genera sviluppo viene messo sotto accusa, mentre comportamenti distruttivi trovano giustificazioni sempre nuove. 
Il concetto di questa degenerazione è semplice: una società può arrivare a sacrificare la propria sicurezza, i propri valori e perfino la propria sopravvivenza pur di continuare a sentirsi moralmente superiore.
Si da priorità a gruppi minoritari, il più delle volte nullafacenti, a carico del sociale, a scapito della sopravvivenza e della sicurezza dei propri gruppi e valori.
La cosa più curiosa, inquietante è che le persone più attente alla empatia suicida se vengono toccate loro, i loro diritti e/o proprietà, in pratica quando diventano esse stesse vittime delle conseguenze delle idee che hanno sostenuto,cambiano immediatamente, e da questo si può capire quanto fossero radicate le loro convinzioni. Arrivano a queste conclusioni soltanto quando a pagare il prezzo delle loro convinzioni sono loro stesse: finché la vittima è un altro, sono tolleranti. Finché a pagare sono gli altri, tutto viene tollerato, compreso e giustificato. 
Quando invece la violenza a colpirli, quando si viene aggrediti o derubati, improvvisamente si scopre che la sicurezza è importante e che le leggi devono essere rispettate e richiede sacrosanta giustizia e risarcimento.
Quando la vittima diventano loro, invocano la legge, soprattutto la polizia i carabinieri che in precedenza avendo offeso e bistrattato 
E qui si innesca un altro aspetto importante: odiare il proprio paese, la propria nazione il proprio stato, cultura, religione.
Un esempio semplice, una scena che rappresenta perfettamente uno dei mali che stanno divorando la nostra civiltà, è quella in cui talvolta si arriva persino a giustificare, a inneggiare, a sventolare bandiere di “veri” regimi e movimenti che quelle libertà le calpestano sistematicamente, dove i diritti basilari dell’uomo e della donna non esistono per nulla.
Sembra che l’Occidente abbia sviluppato una vera e propria malattia autoimmune: l’empatia suicida è la” malattia autoimmune” della nostra civiltà
Una malattia autoimmune è una condizione cronica in cui il sistema immunitario non riconosce più come propri i tessuti o gli organi del corpo e per errore li attacca, producendo autoanticorpi e cellule infiammatorie.
In pratica il sistema immunitario, anziché proteggere l’organismo, comincia ad attaccarne le cellule e i tessuti sani del suo stesso corpo.
Ed è esattamente la metafora di ciò che sta accadendo nella nostra società: è come se un organismo avesse cominciato a distruggere proprio gli organi che lo tengono in vita.
Stiamo sviluppando, tollerando, giustificando, quando addirittura non approvando, che al nostro interno ci siano cellule impazzite che non riconoscono più ciò che dovrebbero proteggere: che considerano la civiltà alla quale appartengono non come qualcosa da migliorare, ma come un nemico da abbattere, da distruggere perché contrario a ciò che gli hanno inculcato e fatto respiri negli anni.
Eppure queste cellule impazzite dimenticano un dettaglio gigantesco, che fa sembrare le loro proteste grottesche: comunicano attraverso smartphone e Internet, beneficiando della libertà di parola, disprezzano e contemporaneamente godono quotidianamente dei frutti di quella civiltà in cui vivono, dell’istruzione e delle garanzie giuridiche ed eventualmente delle cure mediche, che le odiate società occidentali hanno contribuito a sviluppare.
E invece di essere grati, di considerarle conquiste straordinarie da custodire, le danno per scontate, come danno per scontato che, nel frattempo, godono di libertà che in gran parte del mondo non esistono, vivono in paesi nei quali possono manifestare contro i governi, insultare i potenti e contestare le istituzioni senza essere per questo incarcerati o uccisi.
Oriana Fallaci è una profeta di questo decadimento di valori, fu accusata di razzismo, xenofobia e islamofobia perché denunciava un Occidente che aveva perso la fiducia in se stesso, e ci aveva messo in guardia da questo rischio più di vent’anni fa.
Denunciava soprattutto quegli intellettuali occidentali che in mamiera sibillina, falsamente sorniona e pacifista erano e sono pronti a trovare giustificazioni perfino alla violenza rivolta contro la loro stessa civiltà.
Un attentato terroristico? L’abbiamo provocato noi!
La violenza nelle nostre città? È colpa della nostra società!
Qualcuno rifiuta le nostre leggi e i nostri valori? Dobbiamo essere noi ad adattarci!
Il delinquente diventa una vittima del sistema. La sua vittima passa in secondo piano.
La tolleranza non può diventare tolleranza verso l’intolleranza. 
La compassione per il delinquente non può essere superiore alla giustizia dovuta alla sua vittima. 
Quando si prova:

  • Più pena per il criminale che per la sua vittima.
  • Più per lo straniero che infrange le regole che per il cittadino che le rispetta.

Con questo non bisogna rinunciare alla solidarietà, chiudere le porte a tutti, considerare lo straniero un nemico, ma è indispensabile riconoscere chi veramente fugge dalle guerre o dalla fame, e l’accoglienza non può significare rinunciare al rispetto delle nostre leggi.  
Dobbiamo convincerci tutti che:

  •  non basta considerare qualcuno una vittima perché quella stessa persona si comporti bene,
  •  non basta offrire comprensione per ottenere rispetto.

Perché viviamo questa realtà tutti i giorni, anche molto vicino a noi e che questa realtà non corrisponde al mondo ideale che ci avevano descritto o ci eravamo immaginati, perché ognuno ha, segue e persegue il proprio entroterra di tradizioni, di usi, costumi e religione.
Forse un giorno capiremo tutti che non possiamo continuare a confondere la bontà con la stupidità.
Le conquiste della nostra civiltà vengono svalutate, la nostra storia ridotta a un catalogo di colpe, i nostri valori continuamente messi sotto processo e di conseguenza, tutto ciò che di negativo ci accade sarebbe in qualche modo meritato.
La capacità di criticare noi stessi è legittima e necessaria, ed è proprio una delle grandi conquiste della nostra cultura occidentale, ancora sconosciuta in molti paesi oggi osannati, con i loro simboli.
Ed è proprio in questi fenomeni che si riconosce la malattia autoimmune:

  • quando la critica diventa odio di sé, 
  • quando si arriva alla convinzione che la nostra civiltà sia la causa di tutti i mali del mondo.

Recuperare un po’ di amor proprio, di sano e proporzionato orgoglio, di chi conosce la propria storia, le proprie conquiste sociali e comprende il valore immenso di ciò che abbiamo costruito.
Riconosce gli errori senza, per questo, trasformarli in una condanna continua e perpetua che ci obbliga ad accettare qualsiasi cosa.
La civiltà occidentale sta implodendo, crollando dall’interno, vittima della mancanza di valori condivisi, eque opportunità, definizione di limiti e responsabilità e investimento sulla cultura e l’identità collettiva. 
La nostra millenaria storia ci insegna che una civiltà può sopravvivere ai nemici esterni ma, quando comincia a combattere contro se stessa, la sua sopravvivenza diventa molto più difficile.
Una società muore quando preferisce sfoggiare tolleranza infinita piuttosto che usare il suo istinto di sopravvivenza.
In tutto questo intanto le cellule impazzite continuano ad aggredire l’organismo e si organizzano.
Il concetto di empatia suicida offre degli spunti di riflessione importanti sulla direzione in cui stanno andando le società occidentali, mettendo in guardia dal precipizio in cui potrebbero finire e prima che sia troppo tardi.
Tutti noi spero da tempo abbiamo compreso che:

  • il “pensiero” può essere colonizzato da “dogmi” ideologici

ma, dobbiamo imparare a capire che:

  • anche le “emozioni” possono essere “hackerate”.

In modo che tutta la società abbia la capacità di distinguere quello che è un nobile segnale morale autentico, da un rumore emotivo distorto e amplificato da sistemi culturali, politici e mediatici che premiano la visibilità morale più del risultato reale.
Nessuno vuole affermare che il delinquente, il criminale sia sempre irrecuperabile ma, allo stesso tempo va evidenziato che il risultato, il prodotto finale, non è tutto e solo vittima della società, di condizioni esterne quali: società, povertà, discriminazione, traumi, contesto, “disagio sociale“. 
Perché quando sentiamo di alcune dichiarazioni, discussioni pubbliche o ancora peggio sentenze sulla criminalità, appare quasi che si finisce per trattare la vittima come un ingombro emotivo nel percorso di redenzione dell’aggressore.
A quel punto non siamo più nella giustizia, perché ha senso tener conto di contesti, intenzionalità e riabilitazione, ma ha senso anche la distinzione fra tipi di reato, la reiterazione, la proporzionalità della pena. 
Perché il modello giustizia deve essere realistico e uguale per tutti e non influenzato da empatia e ideologia, mentre alcune volte è la civiltà d’occidente ha posto la vittima al centro della sua morale.
La nostra religione più diffusa il cristianesimo ha insegnato a prenderci cura dello straniero, del povero, del debole ed è stata una delle più grandi rivoluzioni morali della storia, forse la prima, ma non va a rimuovere i vincoli di giustizia e responsabilità personale.
L’empatia suicida è ciò che accade quando quel meccanismo logico e di realtà della nostra civiltà si inceppa e i risultati sono:

  • Criminali trattati come vittime della società.
  • Aggressioni sessuali da parte di migranti accolte con condanne blande.
  • Autodifesa marchiata come aggressione.
  • Confini di stato e di proprietà trattati come crudeltà.

Una civiltà poggia su un delicato equilibrio di:

  • compassione e forza, 
  • apertura e confini, 
  • misericordia e giustizia;

quando un lato sbilancia, prevarica o addirittura ingoia l’altro, le fondamenta si incrinano.
L’empatia suicida può essere lun avvertimento o un invito a riconoscere i limiti dell’empatia quando degenera in ideologia, e a recuperare lucidità prima che una morale capovolta finisca per minare le basi stesse della libertà e della sicurezza.
Buona riflessione, e di spunti c’è ne sono…Roberto Kudlicka 
foto creata con intelligenza artificiale

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