Il fumo e vacuità delle inaugurazioni annuali

Riflettevo: pensando a quando sui media, sui portali istituzionali, sui social passano le immagini di alcune cerimonie periodiche, come le aperture degli anni giudiziari, accademici o culturali, l’apertura di sessioni di vari organi statali, tutte inaugurazioni a stretta cadenza annuale e cercavo di comprendere il significato, e soprattutto la validità e il servizio che rendono alla gente comune.
Una banalità sorge spontanea ma, se non si spettacolarizza con questi avvenimenti, che cosa succede, non si parte con il lavoro, con i compiti e le mansioni previste? 
Le domande che mi sono posto sono del tipo:
Quale miglioramento rispetto ai bisogni pratici e concreti richiesti dai cittadini e fruitori?
Quale il beneficio ne trae il cittadino almeno in ordine alla sola vicinanza, all’empatia e la capacità di ascolto che la gente comune vorrebbe da queste istituzioni?
A osservarli bene, a mio parere, sembrano celebrazioni, rituali solenni, anniversari che aumentano invece la differenza, la distanza dalla gente: mantelli, toghe, parrucche, ermellini, simbologia della categoria (simili a scettri e corone), quasi a stabilire un confine invalicabile dello status, del rango, del ceto, della classe di appartenenza, simulacri di reminiscenze di antica memoria.
Ultimamente poi forti del messaggio ormai comune e diffuso: “l’importante è apparire” si è scelta la politica del “grande evento“, della location importante e di effetto, della scenografia, dell’ospite famoso, anche se quest’ultimo non centra nulla con il contesto e il tema, l’importante è raccogliere audience, contatti, fare parlare di sé, esserci.
La centralità dell’evento si sposta sulla visibilità mediatica dei partecipanti, una specie di passerella per personaggi politici e non, alti dirigenti, scienziati e non solo, anziché sui reali bisogni della collettività.
Questo appare strano in ambiti che invece dovrebbero e tra l’altro si fregiano di privilegiare i contenuti, la sostanza, la concretezza, in quanto organi e strutture che hanno per statuto stabiliti i loro compiti e le loro precise finalità.
Il dibattito sull’inutilità delle inaugurazioni annuali delle istituzioni, è un tema ricorrente nella critica sociale. 
La prima perplessità e criticadiffusa nell’opinione pubblica è quella di vedere queste cerimonie, in tempi di tagli ai bilanci pubblici: un dispendio di risorse economiche e organizzative, uno spreco di tempo e risorse dello stato, in definitiva di tutti noi.
Le istituzioni infatti, tendono a concentrare risorse ed energie pubbliche, anche cospicue, su questi grandi eventi cerimoniali, che potrebbero essere destinate a migliorare i servizi essenziali dell’istituzione stessa, alle urgenze pratiche. Le inaugurazioni annuali, è facile immaginare, richiedono investimenti economici significativi, anche in ore lavoro, per la logistica, la sicurezza, l’allestimento di grandi sale o teatri, i rinfreschi e i materiali promozionali. 
Un altro rimprovero che viene mosso è: il distacco dalla realtà dei cittadini.
La critica si concentra sul fatto che la retorica dei discorsi ufficiali, auto-celebrativi, scivola nel formalismo privo di risvolti pratici, allontanando ulteriormente le istituzioni dalla realtà quotidiana.
Mentre le istituzioni celebrano la propria importanza e i propri simboli all’interno di palazzi storici: utenti, studenti e lavoratori, fornitori d’interesse continuano a scontrarsi quotidianamente con le inefficienze dei servizi offerti.
In questi eventi, inaugurazioni solenni e anniversari si evidenzia l’abitudine di ripetere, con cadenza annuale formule burocratiche o retoriche, il trasformare l’inaugurazione annuale in: un palcoscenico per l’apparenza, anziché in un’occasione di reale rendicontazione e di pianificazione strategica. 
Queste due ultime attività sono, non solo legittime ma soprattutto necessarie per la dovuta trasparenza, sono doveri che si potrebbero attuare in maniera meno spettacolare più pragmatica, più chiara e utile per dare informazione anche alle persone fuori dall’entourage, dall’ambiente, dal giro.
Il tutto ha la tendenza di ridursi a puri rituali formali, fine a se stessi, in cui la forma sovrasta la sostanza concreta, intesa come mancanza di contenuti ed efficacia pratica.
I discorsi programmatici e le passerelle istituzionali, retoriche e formali non si traducono in risposte concrete per la comunità, lasciando un vuoto di conoscenza che spesso i cittadini dal basso cercavano di colmare o avrebbero desiderato conoscere.
Questi momenti, pur legittimi, si rivelano insufficienti e inconsistenti nei contenuti, se non poggiano su infrastrutture reali e interventi continui sul territorio, se restano distanti dai bisogni reali.
Le stesse ambientazioni, sembrano incrementare l’immagine di circolo chiuso esclusivo, non di una cosa dello stato e quindi dei cittadini, un atteggiamento, contrariamente a quello che si afferma, che si ripete costantemente, ma resta chiuso “di casta“. 
Ci sono due termini che descrivono molto bene, in maniera particolarmente precisa questi eventi: AUTOREFERENZIALITÀ e AUTOCELEBRAZIONE.
Infatti per sua stessa definizione essere autoreferenziale significa fare riferimento esclusivamente a se stessi, alle proprie regole o al proprio punto di vista, perdendo o ignorando ogni rapporto con la realtà esterna, con gli altri o con il contesto generale
Indica un atteggiamento in cui si tende a interpretare ogni evento, critica o situazione filtrandolo solo attraverso la propria persona. 
L’autocelebrazione è l’illustrazione, la comunicazione spesso tendente all’esaltazione ottimistica, pubblica o privata del proprio operato, dei successi e dei meriti. 
Consiste nel celebrare se stessi, mettendo in luce le proprie qualità o successi in modo spesso enfatico, compiacendosi della propria immagine, tralasciando le ombre e gli eventuali lati oscuri.
Se vogliamo andare all’aspetto psicologico che emerge da questo bisogno di autocelebrazione, è che questo serve a nascondere la profonda insicurezza e a compensare le insufficienze interne proprie dell’ente o istituzione.
Le espressioni critiche utilizzate nel giornalismo e nell’analisi culturale di questa mancanza di impatto concreto sui problemi reali sono “fumo e vacuità“.
In questo linguaggio i termini “fumo” e “vacuità” vengono utilizzati per criticare la natura puramente formale, autoreferenziale e pomposa delle cerimonie inaugurali delle grandi istituzioni.
Quale la metafora fin troppo chiara:
Il “fumo” negli occhi: rappresenta la retorica, i discorsi altisonanti, le promesse programmatiche e le relazioni sulle attività che rischiano di nascondere o edulcorare i problemi reali dell’istituzione.
Con questa colorita espressione si contesta la tendenza a trasformare momenti che dovrebbero essere di rendiconto e programmazione in passerelle retoriche e formali, prive di impatto concreto sui problemi reali.
La “vacuità” (il vuoto): si riferisce alla mancanza di contenuti concreti o all’assenza di ricadute pratiche, una volta spenti i riflettori dell’inaugurazione. 
L’espressione “inutile vacuità” delle inaugurazioni annuali delle istituzioni o di nuove opere pubbliche fotografa in maniera precisa una critica diffusa verso i rituali pubblici e le cerimonie ufficiali. 
L’attenzione mediatica e organizzativa si concentra sulla spettacolarizzazione, sulla sfilata delle autorità e sui discorsi di circostanza, formule stereotipate e burocratiche, passaggi puramente formali, dove la forma prevale sui contenuti, caratterizzati da retorica autoreferenziale, di contro la completa mancanza di risposte ai problemi strutturali, soluzioni pratiche e concrete di impatto concreto per i cittadini e di bilanci trasparenti.
Le cerimonie stanno diventando semplici eventi di rappresentanza, di “vetrina“, uno “show“, utilizzato per passerelle, comizi, monoghi istituzionali, o di classe, dei vertici, utili solo a raccogliere visibilità, diventa facilissimo che queste manifestazioni vengano percepite dall’opinione pubblica come: rituali obsoleti, spese superflue e una distanza marcata dai problemi reali dei cittadini.
Inoltre ciascuna istituzione, usa la propria inaugurazione come piattaforma autonoma per rivendicare i propri spazi e la propria indipendenza, generando talvolta messaggi in aperto contrasto (antitetici) con quelli delle istituzioni vicine o dello Stato centrale, arrivando anche alle polemiche e allo scontro politico.
I motivi della distanza non sono legati solo al linguaggio e al formalismo utilizzato, ma dal fatto che le relazioni annuali presentate con solennità e ritualità in location esclusive, discorsi altisonanti, autoreferenziali, che tracciano un bilancio dell’anno passato e promettono sempre miglioramenti per il futuro in dicotomia, in pieno contrasto con la realtà quotidiana degli enti vissuta dai cittadini, frequentemente segnata da inefficienze, ritardi burocratici o scarse risorse.
Infatti, la celebrazione formale sicuramente non non è utile, per accelerare e migliorare i processi interni delle istituzioni.
A semplice titolo di esempio:  Mentre l’inaugurazione dell’anno giudiziario celebra i massimi sistemi del diritto, i cittadini si scontrano quotidianamente con la lentezza dei processi e le lungaggini burocratiche.
Non risolve i tempi biblici dei processi o le carenze d’organico delle cancellerie.
Le aperture degli anni accademici focalizzate su grandi strategie internazionali contrastano spesso con la carenza di alloggi per studenti, tasse elevate e aule sovraffollate, il caro affitti, la carenza di borse di studio, il sottofinanziamento della “vera” ricerca. 
Non incide sulla riduzione del precariato nella ricerca o sulla modernizzazione delle infrastrutture.
Nell’ambito Sanità ed Enti Locali i tagli e le inefficienze percepiti sul territorio rendono le relazioni programmatiche dei vertici distanti dalla reale esperienza dell’utenza.
Per concludere: io condivido la funzione democratica e simbolica essenziale, il momento in cui un’istituzioneillustra un bilancio pubblico e trasparente (Accountability)delle attività svolte nei dodici mesi precedenti, e di programmazione del futuro, ma questo andrebbe eseguito nel giusto contesto e nella maniera più consona e più veritiera con la realtà quotidiana di tutti noi.
Buona riflessione.Roberto Kudlicka
foto creata con intelligenza artificiale

News dal Network

Promo