C’era una volta il telefono che prendeva.
Sembra l’inizio di una favola e invece è soltanto il ricordo di un’Italia che, nell’arco di trent’anni, abbiamo progressivamente smontato, pezzo dopo pezzo, convincendoci — o facendoci convincere — che tutto ciò che apparteneva allo Stato fosse necessariamente inefficiente, costoso, vecchio, clientelare, mentre tutto ciò che sarebbe finito nelle mani del privato sarebbe diventato moderno, efficiente, competitivo ed economico.
Oggi abbiamo una quantità di compagnie telefoniche che trent’anni fa sarebbe sembrata fantascienza, cambiamo gestore in pochi minuti, abbiamo gigabyte che probabilmente non riusciremo mai a consumare e offerte da 15 euro, 10 euro, 7,99. Poi entri in una galleria e il telefono non prende, vai in campagna e il telefono non prende, in qualche casa devi quasi cercare la finestra giusta per riuscire a parlare, e spesso e volentieri anche il router fa le bizze. Allora chiami il gestore, protesti e pronunci la terribile minaccia: «Cambio compagnia!». Accomodati. Perché puoi cambiare compagnia, ma non puoi cambiare sistema.
Eppure la concorrenza sui prezzi c’è stata davvero. L’Antitrust ha rilevato che tra il 2020 e il 2024 i prezzi delle telecomunicazioni sono diminuiti del 10%, mentre le offerte sono diventate progressivamente più omogenee e la competizione si è spostata soprattutto sul prezzo. Ma una rete non vive di offerte commerciali. Servono cavi, antenne, fibra, ripetitori, manutenzione, tecnici e investimenti. Ed è qui che nasce la domanda che attraversa tutto questo ragionamento: siamo proprio sicuri che privatizzare abbia sempre significato migliorare?
Negli anni Novanta ci dissero che bisognava privatizzare. Lo Stato era inefficiente, lo Stato costava, lo Stato produceva debito. Il privato avrebbe portato capitale, investimenti, innovazione, efficienza e concorrenza. E poi c’era Maastricht: bisognava ridurre il debito, entrare nell’euro, rassicurare i mercati, modernizzare l’Italia. E abbiamo venduto. Banche, telecomunicazioni, autostrade, energia, industrie, partecipazioni. L’IRI, uno degli strumenti attraverso i quali l’Italia era diventata una delle maggiori potenze industriali del mondo, venne progressivamente liquidato e lo Stato imprenditore divenne improvvisamente qualcosa di cui vergognarsi. Abbiamo venduto una parte enorme del patrimonio costruito da generazioni di italiani. E il debito? È ancora qui. Anzi, in valore assoluto è enormemente superiore.
Naturalmente non sto dicendo che siano state le privatizzazioni a provocare l’aumento del debito pubblico. Sarebbe una sciocchezza. Sto facendo una domanda molto più fastidiosa: se abbiamo venduto anche per ridurre il debito, quanto patrimonio abbiamo perso, quanto abbiamo incassato e quanto debito ci è rimasto trent’anni dopo? Se una famiglia vende i gioielli della nonna per pagare i debiti e trent’anni dopo non ha più i gioielli ma ha ancora i debiti, forse qualcuno dovrebbe domandarsi che cosa sia andato storto.
Io non sono contro l’impresa privata. Al contrario. L’imprenditore che rischia il proprio denaro, crea un prodotto, assume persone, inventa qualcosa e compete con altri imprenditori è uno dei motori della società. Il capitalismo ha una regola meravigliosamente brutale: se produco scarpe che fanno schifo, fallisco; se apro un ristorante nel quale si mangia male, fallisco; se costruisco automobili che nessuno vuole comprare, fallisco. Ed è proprio la possibilità di fallire che costringe l’impresa a migliorare. Ma come fallisce un acquedotto? Come faccio concorrenza a un tubo? Come decido di non avere bisogno della corrente elettrica? Come rinuncio alle telecomunicazioni? Come posso scegliere un’altra autostrada se per andare da A a B quella è l’unica? È qui che abbiamo commesso l’errore: abbiamo confuso mercato e privatizzazione. Non sono necessariamente la stessa cosa. Quando privatizzi un monopolio naturale senza creare una vera concorrenza, non hai necessariamente creato un mercato. Potresti aver semplicemente trasformato un monopolio pubblico in una rendita privata.
Basta guardare cosa è successo in Gran Bretagna. Thames Water serve circa 16 milioni di persone e dietro la società troviamo grandi fondi pensione, fondi sovrani e investitori istituzionali internazionali. L’acqua di Londra è diventata anche un asset finanziario. Nel 2025 il regolatore britannico Ofwat ha inflitto a Thames Water sanzioni per 122,7 milioni di sterline, di cui 104,5 milioni per violazioni relative alla gestione delle acque reflue e 18,2 milioni per violazioni delle regole sui dividendi. Nel frattempo la società è precipitata in una gravissima crisi finanziaria. Questo non dimostra che ogni impresa privata gestisca male l’acqua. Dimostra qualcosa di molto più interessante: quando un’infrastruttura che deve durare cento anni incontra un capitale che deve produrre rendimento oggi, può nascere un conflitto fra l’interesse dell’investitore e quello della collettività. Non è comunismo. È aritmetica.
E infatti alcune grandi città europee hanno fatto un’esperienza significativa. Hanno privatizzato o affidato ai privati e poi hanno deciso di riprendersi l’acqua. Parigi ha riportato la gestione sotto controllo pubblico attraverso Eau de Paris. Berlino, dopo la privatizzazione parziale della propria azienda idrica, ha ricomprato le partecipazioni private. Se il privato è sempre e comunque più efficiente, viene allora spontaneo chiedersi perché qualcuno abbia pagato per tornare indietro.
Anche in Italia esiste un paradosso che meriterebbe maggiore attenzione. L’acqua minerale è una risorsa del territorio concessa allo sfruttamento economico secondo normative regionali. In alcune realtà i canoni commisurati ai litri imbottigliati equivalgono a frazioni infinitesimali del prezzo che quello stesso litro raggiungerà una volta entrato nella catena commerciale. Naturalmente il prezzo della bottiglia non è il guadagno dell’azienda: esistono stabilimenti, personale, contenitori, trasporto, distribuzione, energia, imposte. Ma la domanda politica rimane: quanto vale l’acqua quando appartiene alla collettività e quanto vale la stessa acqua quando, imbottigliata, entra nel mercato?
Poi c’è qualcosa di ancora più elementare dell’acqua: il cibo. E qui non stiamo parlando del foie gras, dello champagne o del caviale. Stiamo parlando di pane, pasta, riso, olio, carne, latte, uova, frutta e verdura. Beni essenziali. Tra il 2021 e il 2025 i prezzi alimentari in Italia sono aumentati molto più dell’inflazione generale e, allargando lo sguardo al 2019, troviamo singoli prodotti essenziali aumentati anche del 40, del 50 e, in qualche caso, del 60%. L’inflazione oggi può anche rallentare, ma rallentare l’inflazione non significa abbassare i prezzi. Se ieri qualcosa costava 100, poi è arrivata a 125 e quest’anno aumenta soltanto dell’1%, non è tornata a 100: costa più di 126. Questa semplice operazione matematica sembra essere scomparsa dal dibattito politico.
L’uomo può rimandare l’acquisto dell’automobile, tenere il televisore altri cinque anni, rinunciare al ristorante. Ma deve mangiare, bere, scaldarsi, curarsi, comunicare. Ed è proprio quando il mercato entra nelle condizioni materiali dell’esistenza che uno Stato deve stabilire dove finisca il mercato e dove cominci l’interesse nazionale. Lo stesso vale per la sanità. Esistono ospedali privati eccellenti e strutture pubbliche pessime, ma non è questo il punto. Il punto è la logica. Un’assicurazione deve chiedersi quanto costa un paziente e quale rischio copre il contratto. Uno Stato dovrebbe avere il diritto e il dovere di porsi prima un’altra domanda: questa persona ha bisogno di essere curata? Esistono terapie che costano migliaia e talvolta decine o centinaia di migliaia di euro. In un sistema universalistico il costo della malattia viene socializzato. Il malato grave non dovrebbe valere quanto il suo conto corrente. Questo non è comunismo. È civiltà.
La Storia, del resto, conosce bene certi meccanismi. Durante l’età napoleonica enormi patrimoni ecclesiastici vennero soppressi, nazionalizzati e alienati. Bisognava finanziare lo Stato, bisognava finanziare le guerre, bisognava costruire il nuovo mondo nato dalla Rivoluzione. Ma chi poteva comprare quei terreni, quei conventi, quei palazzi? Il contadino che li lavorava? Il bracciante? L’artigiano? Oppure chi disponeva già di denaro, relazioni e accesso al potere? Una parte della nuova borghesia consolidò anche così il proprio patrimonio e la propria posizione sociale. Cambiano i secoli, cambiano le bandiere, cambiano le parole, ma talvolta il meccanismo rimane sorprendentemente simile: i debiti vengono socializzati, il patrimonio viene privatizzato. Le perdite sono di tutti. Gli affari, molto più facilmente, di pochi.
E torniamo in Italia: Alitalia, Telecom, Autostrade, il patrimonio industriale, l’acciaio. Possiamo discutere all’infinito degli errori compiuti in ciascuna vicenda, perché non sono uguali e sarebbe sbagliato fingere che lo siano, ma alla fine resta una domanda: quanto può dismettere una nazione prima di smettere di essere industrialmente sovrana? Telecom Italia venne privatizzata, la rete fissa è stata poi separata, le autostrade sono state privatizzate e, dopo la tragedia del Ponte Morandi, abbiamo assistito a un riassetto che ha riportato una presenza pubblica determinante attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Alitalia è scomparsa e continuiamo a discutere del destino della siderurgia italiana come se una grande acciaieria fosse semplicemente un capannone che produce più o meno utili. Ma l’acciaio è strategico, come l’energia, le telecomunicazioni e i trasporti. Perché una nazione non è sovrana soltanto quando possiede una bandiera: è sovrana quando possiede anche la capacità materiale di continuare a esistere.
Ed è qui che il discorso deve allargarsi, perché non abbiamo privatizzato soltanto aziende e infrastrutture. Abbiamo progressivamente esternalizzato la nostra capacità di produrre. Per decenni ci hanno spiegato che il fine ultimo dell’economia fosse abbassare il prezzo per il cosiddetto consumatore. Ed è una parola che non mi è mai piaciuta. “Consumatore”. Come se l’essere umano esistesse economicamente soltanto nel momento nel quale compra qualcosa. Io preferisco un’altra parola: cittadino. Il consumatore vuole sapere quanto costa una maglietta. Il cittadino dovrebbe domandarsi perché quella maglietta costa così poco, dove viene prodotta, chi la produce e soprattutto che cosa succede alla propria nazione quando non è più capace di produrla.
Abbiamo inseguito il prezzo più basso. Se la fabbrica costava troppo in Italia la portavamo in Cina; se il componente costava troppo in Germania lo producevamo in Asia; se il lavoratore europeo costava troppo cercavamo lavoro più economico dall’altra parte del mondo. Sembrava un sistema perfetto: noi progettavamo e consumavamo, loro producevano. Intanto una parte enorme della capacità industriale occidentale prendeva la strada dell’Asia e la Cina diventava la maggiore potenza manifatturiera del pianeta, mentre una parte dell’Occidente scopriva progressivamente di non saper più produrre ciò che continuava tranquillamente a consumare.
Poi arrivò il Covid e improvvisamente scoprimmo una cosa grottesca: avevamo bisogno persino delle mascherine. Nel primo semestre del 2020 il 92% delle mascherine importate dall’Unione europea proveniva dalla Cina. Il continente nel quale era nata la rivoluzione industriale si ritrovò, nel momento di un’emergenza sanitaria mondiale, enormemente dipendente dall’altra parte del pianeta per uno dei prodotti più elementari di cui aveva improvvisamente bisogno. Quello avrebbe dovuto essere il momento nel quale capire tutto.
Perché esiste una sovranità territoriale, esiste una sovranità politica, esiste una sovranità energetica, ma esiste anche una sovranità produttiva. Una nazione sovrana deve conservare la capacità di produrre almeno ciò che è indispensabile alla propria sopravvivenza. Deve poter produrre energia, acquistarla quando necessario da chi gliela vende alle condizioni più convenienti e compatibili con il proprio interesse nazionale, trasportarla e stoccarla. Deve mantenere una capacità siderurgica, farmaceutica, alimentare, meccanica e tecnologica. Deve essere capace di produrre ciò che, in un’emergenza, nessuno potrebbe più venderle. Perché il mercato globale funziona magnificamente fino al giorno in cui smette di funzionare. Basta una pandemia, una guerra, un blocco delle rotte commerciali, una crisi energetica, una rottura delle catene logistiche o una sanzione e improvvisamente ciò che ieri sembrava economicamente stupido produrre in casa diventa disperatamente necessario.
Lo stesso ragionamento lo abbiamo applicato al lavoro. Qualche anno fa la Gran Bretagna si scoprì improvvisamente senza abbastanza autisti di mezzi pesanti e la spiegazione più semplice diventò immediatamente la Brexit. In realtà il problema veniva da più lontano: c’era una carenza strutturale di autisti, una forza lavoro progressivamente invecchiata, scarso ricambio generazionale, condizioni di lavoro poco attrattive e una significativa dipendenza dalla manodopera proveniente dall’estero.
Quante volte abbiamo sentito dire che «gli italiani certi lavori non li vogliono più fare»? Forse. Ma completiamo la frase: non li vogliono più fare a quelle condizioni e per quel salario. Perché se un lavoro indispensabile non trova nessuno disposto a farlo, in un mercato realmente libero dovrebbe accadere qualcosa di semplicissimo: quel lavoro deve valere di più. Aumenta lo stipendio, migliorano le condizioni, il mestiere torna appetibile e arrivano nuovi lavoratori. Questa sarebbe domanda e offerta. Invece troppo spesso abbiamo trovato una scorciatoia: anziché aumentare il valore del lavoro, abbiamo cercato qualcuno disposto a farlo per meno. Esattamente come abbiamo fatto con le fabbriche. La fabbrica costa troppo? La porto in Cina. Il lavoratore costa troppo? Ne cerco uno più povero. E poi ci meravigliamo se abbiamo impoverito contemporaneamente la nostra capacità produttiva e il valore del nostro lavoro.
Ma l’esternalizzazione non riguarda soltanto ciò che produciamo o la manodopera che impieghiamo: è entrata persino nei servizi che un tempo identificavamo immediatamente con lo Stato. Prendiamo le Poste e una cosa apparentemente banale come una raccomandata. Una volta arrivava il postino, suonava il campanello e te la consegnava. Oggi troppo spesso il cittadino scopre di dover andare personalmente all’ufficio postale perché nella cassetta trova direttamente l’avviso di giacenza. E non è soltanto la lamentela nostalgica di chi rimpiange il vecchio postino: nel 2020 l’Antitrust sanzionò Poste Italiane con 5 milioni di euro, accertando un grave fenomeno di mancato tentativo di consegna delle raccomandate. Nei reclami esaminati dall’Autorità diversi cittadini riferivano di avere trovato avvisi di giacenza relativi a giorni e orari nei quali erano presenti in casa.
Ed eccolo nuovamente il paradosso dell’efficienza. Il servizio formalmente esiste, la raccomandata formalmente è stata messa a disposizione, l’avviso formalmente è stato lasciato: il filo è a filo e il piombo è a piombo. Solo che il cittadino deve prendere la macchina, andare alle Poste, trovare parcheggio, prendere il numero, fare la fila e ritirare personalmente ciò che avrebbe dovuto essergli consegnato. E quando l’avviso di giacenza arriva in ritardo il problema può diventare molto più serio della perdita di mezz’ora. Lo dico anche per esperienza personale, ma è un problema che ho visto ripetersi intorno a me: dietro una raccomandata può esserci una bolletta, una richiesta di pagamento o una comunicazione dalla quale decorrono termini. Il cittadino può così venire a conoscenza troppo tardi della scadenza e ritrovarsi moroso, con interessi, solleciti o una procedura di costituzione in mora, senza avere mai avuto alcuna intenzione di non pagare. Il paradosso diventa quasi perfetto: non hai deciso di non pagare; non hai pagato perché non sapevi ancora di dover pagare, ma per il sistema sei comunque quello che non ha pagato.
È anche questa una delle contraddizioni del modello che abbiamo costruito: esternalizziamo, appaltiamo, comprimiamo i costi e misuriamo la produttività, ma alla fine una parte del lavoro che prima faceva il servizio la facciamo fare al cittadino. Il risparmio compare da qualche parte in un bilancio; il costo ricompare sotto forma di tempo perso, spostamenti, code, ritardi e, nel peggiore dei casi, persino di una morosità che il cittadino non aveva alcuna intenzione di creare. Il filo è a filo, il piombo è a piombo, ma il muro continua a essere storto.
Io insegno anche in una scuola nella quale esistono percorsi tecnici e professionali e vedo con i miei occhi un’Italia completamente diversa da quella raccontata dalla frase «non c’è lavoro». I ragazzi formati nella meccanica, nell’elettronica e nelle professioni tecniche vengono cercati dalle imprese. Abbiamo creato un paradosso: per decenni abbiamo spiegato ai nostri giovani che l’unica forma di realizzazione sociale fosse una laurea e contemporaneamente abbiamo smesso di formare abbastanza persone capaci di costruire, riparare, installare, guidare, saldare e manutenere. Naturalmente servono ingegneri, medici, professori e avvocati. Ma una nazione di sessanta milioni di abitanti non può essere composta da sessanta milioni di dirigenti e professionisti. Qualcuno deve anche saper fare le cose. E quel qualcuno non è un cittadino di serie B.
Ed eccoci al grande inganno: per trent’anni abbiamo confuso prezzo e costo. Produrre una mascherina in Cina poteva avere un prezzo inferiore; perdere la capacità di produrla in Europa aveva un costo. Comprare energia dove in quel momento costa meno può essere conveniente; non essere capaci di produrne o stoccarne abbastanza ha un costo quando arriva la crisi. Non mantenere una capacità siderurgica può far risparmiare denaro quest’anno; non avere più abbastanza acciaio nazionale può avere un costo enorme quando ne hai disperatamente bisogno. Pagare poco un mestiere mantiene basso il costo immediato di un servizio; non trovare più nessuno capace di svolgerlo ha un costo sociale. Il prezzo lo leggiamo sullo scontrino. Il costo, qualche volta, lo scopriamo vent’anni dopo.
Uno Stato non deve necessariamente guadagnare da tutto ciò che fa. Un esercito costa, la Protezione civile costa, un ospedale in una zona scarsamente popolata può costare più di quanto renda, una linea ferroviaria periferica può non produrre utili, una riserva energetica può rimanere inutilizzata per anni. Ma lo Stato non è un consiglio d’amministrazione che deve presentare il dividendo agli azionisti alla fine dell’esercizio. Lo Stato deve prepararsi anche a ciò che spera non accada mai. Un’infrastruttura strategica può sembrare per vent’anni uno spreco. Fino al ventunesimo.
Ed è proprio qui che trovo una delle scelte strategiche che considero positive nella politica energetica degli ultimi anni. Snam sta realizzando la Linea Adriatica, con oltre 400 chilometri di nuove condotte e una capacità aggiuntiva di trasporto da Sud verso Nord di circa 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno. A Sulmona è prevista una centrale di compressione da 33 megawatt, composta da tre turbocompressori da 11 MW. In Abruzzo esistono inoltre importanti infrastrutture di stoccaggio, a cominciare da Fiume Treste, nel territorio di Cupello, e da Cellino. Proprio Fiume Treste è indicato nei programmi di Snam come candidato a diventare il primo stoccaggio italiano di idrogeno in giacimento.
Questa è politica strategica: spendere oggi per qualcosa che servirà domani, creare capacità aggiuntiva, diversificare, stoccare e prepararsi a una crisi. Il privato deve prepararsi al mercato. Lo Stato deve prepararsi anche all’improbabile. E infatti persino la Germania, nel 2026, ha avviato il percorso per la creazione di una riserva strategica di gas da 24 TWh, riconoscendo sostanzialmente che il mercato, da solo, non può coprire adeguatamente ogni rischio estremo.
E qui si vede anche perché non sto proponendo l’Unione Sovietica. Snam è quotata, Terna è quotata, esistono azionisti privati, ma esiste ancora una presenza pubblica determinante attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Questo è un modello di economia mista: Stato e mercato, non Stato contro mercato.
Ed è proprio perché considero queste infrastrutture necessarie che pongo un’altra questione. Io vivo a Cepagatti, in Abruzzo, e conosco bene cosa significhi ospitare infrastrutture che servono a un territorio immensamente più vasto di quello sul quale vengono materialmente costruite. A Villanova insiste uno dei grandi nodi della rete elettrica nazionale e lì arriva anche l’interconnessione in corrente continua con il Montenegro. A Sulmona si realizza una centrale di compressione legata alla Linea Adriatica; altrove abbiamo gasdotti, elettrodotti, discariche, termovalorizzatori, autostrade. Sono opere che possono essere necessarie e io non sostengo affatto che non debbano essere costruite. Sostengo una cosa diversa: fatele, se servono, ma pagate fino all’ultimo centesimo il sacrificio che chiedete ai territori che le ospitano.
Perché l’energia serve a Roma, a Milano, a Napoli, alle industrie e all’intera Italia, ma un elettrodotto deve fisicamente passare sopra la terra di qualcuno. Una centrale deve sorgere nel territorio di qualcuno, un gasdotto deve attraversare il campo di qualcuno, una discarica deve essere collocata vicino alla casa di qualcuno, un termovalorizzatore deve sorgere in un Comune e un’autostrada deve passare davanti a una finestra. Il beneficio è nazionale. Il sacrificio ha sempre un indirizzo e un codice postale.
Una casa, inoltre, non vale quanto sono costati i mattoni con i quali è stata costruita. Vale quanto un altro essere umano è disposto a pagare per viverci. La stessa villa, con gli stessi marmi, gli stessi infissi e lo stesso tetto, può valere una fortuna se guarda il Golfo di Napoli e diventare pressoché invendibile se domani si ritrova affacciata su una discarica, circondata dalle rampe di uno svincolo o schiacciata visivamente e acusticamente da una grande infrastruttura. Quando compriamo una casa compriamo anche il paesaggio, il silenzio, l’aria, il cielo, la possibilità di vedere le stelle di notte, i servizi, l’accessibilità e, in definitiva, il luogo nel quale scegliamo di vivere. Se lo Stato trasforma radicalmente quel luogo nell’interesse generale, non può fingere che il danno individuale non esista.
Prendiamo proprio l’esempio più brutale: una discarica. I rifiuti devono andare da qualche parte e anche un termovalorizzatore può essere necessario, quindi qualcuno dovrà ospitarli. Ma se domani costruisco una discarica accanto a dieci abitazioni, qualcuno vuole davvero sostenere che il loro valore commerciale rimanga identico? Il proprietario può avere costruito quella casa lavorando quarant’anni, può averci investito tutti i risparmi e può volerla lasciare ai figli. Improvvisamente scopre che il bene più importante della sua vita è diventato difficilissimo da vendere. La discarica serve a centomila persone. Il danno immobiliare lo sopportano in dieci.
Lo stesso vale per una grande infrastruttura stradale. Una casa può esistere da decenni prima che qualcuno decida di costruirle attorno svincoli, rampe e carreggiate. La casa rimane fisicamente identica, non le hanno tolto un mattone, eppure può essere diventata un altro bene. Perché chi la comprerà dovrà comprare insieme alla casa anche il rumore, il traffico e le rampe davanti alle finestre. È questa la questione che spesso viene nascosta dietro la formula burocratica della “pubblica utilità”.
Ma proprio perché un’opera è di pubblica utilità, il suo costo non può essere scaricato soltanto su alcuni privati. Se un immobile subisce un deprezzamento direttamente provocato dall’opera, quel danno deve essere valutato seriamente. Se diventa sostanzialmente invendibile, bisogna avere persino il coraggio di discutere se non sia più giusto acquistarlo al valore che avrebbe avuto prima dell’intervento. E soprattutto una compensazione una tantum non può sempre chiudere un danno che dura cinquant’anni.
Se una comunità ospita permanentemente una discarica, perché non dovrebbe ricevere permanentemente agevolazioni sulla tariffa dei rifiuti? Se ospita una grande infrastruttura elettrica, perché non dovrebbe ricevere energia a condizioni fortemente agevolate? Se ospita un’infrastruttura strategica del gas, perché non dovrebbe partecipare ai benefici economici che quell’infrastruttura produce? Si può discutere delle forme: royalty territoriali, bollette agevolate, investimenti, compensazioni permanenti ai Comuni, opportunità occupazionali locali nel rispetto delle regole, ristoro effettivo del danno patrimoniale dimostrabile ai proprietari direttamente colpiti. Il principio, però, dovrebbe essere elementare: mi chiedi qualcosa, mi dai qualcosa. La pubblica utilità non può significare che l’utilità appartiene a tutti mentre il danno rimane a carico di uno solo.
C’è infine un elemento che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato quasi paranoico e che oggi, purtroppo, non lo è più. Viviamo nuovamente in un’Europa nella quale si parla di guerra. Gasdotti, elettrodotti, terminali, centrali di compressione, reti di comunicazione e stazioni elettriche sono, per loro stessa natura, infrastrutture critiche. Non significa inventare scenari catastrofici. Significa riconoscere una realtà: quanto più un’infrastruttura è importante per la sicurezza nazionale, tanto più la sua protezione diventa essa stessa una questione di sicurezza nazionale. Anche questo rischio viene fisicamente localizzato da qualche parte e, ancora una volta, il beneficio appartiene alla nazione mentre un territorio ospita materialmente l’infrastruttura.
A questo punto qualcuno mi accuserà inevitabilmente di voler nazionalizzare tutto. No. L’Italia dell’IRI, dell’ENI e dell’ENEL non era l’Unione Sovietica. Accanto all’impresa pubblica esistevano Fiat, Pirelli, Olivetti e milioni di imprenditori. Era un’economia mista, e forse è proprio quell’idea che dovremmo tornare ad avere il coraggio di discutere. Il privato deve poter fare impresa, guadagnare, investire ed essere liberato da una burocrazia spesso soffocante. Ma non tutto ciò che esiste deve necessariamente diventare merce e, soprattutto, non tutti i settori possono essere governati esclusivamente dal rendimento finanziario. Esiste un perimetro materiale della sovranità che comprende l’acqua, l’energia, le reti, le telecomunicazioni, la difesa, le infrastrutture fondamentali, la capacità siderurgica, farmaceutica e alimentare e la sanità universalistica. Uno Stato che rinuncia progressivamente a controllarlo rischia un giorno di scoprire di essere sovrano soltanto sulla carta.
Forse è arrivato il momento di presentare il conto. Ci dissero che bisognava vendere perché avevamo troppi debiti. Abbiamo venduto e il debito è rimasto. Ci dissero che il privato avrebbe investito meglio. Abbiamo privatizzato. Ci dissero che la concorrenza avrebbe migliorato tutto. Abbiamo liberalizzato. Ci dissero che produrre altrove sarebbe costato meno. Abbiamo delocalizzato. Ci dissero che avremmo comprato tutto dove costava meno e abbiamo scoperto che il giorno in cui il mondo si ferma può non esserci più nessuno disposto — o capace — di vendercelo.
Ci dissero che certi lavori i nostri giovani non volevano più farli e invece scopriamo aziende che cercano disperatamente tecnici, meccanici, elettronici, manutentori e autisti. Nel frattempo mangiare costa enormemente più di pochi anni fa e le famiglie spendono una parte crescente del proprio reddito per beni ai quali non possono rinunciare. E continuiamo a discutere del destino degli ultimi grandi asset industriali come se una rete elettrica, un’acciaieria, un acquedotto, una fabbrica di medicinali e una fabbrica di scarpe fossero la stessa cosa.
Non lo sono.
Perché uno Stato non è un’azienda. Un’azienda deve chiedersi quanto guadagnerà da un investimento. Uno Stato deve avere il coraggio di chiedersi quanto ci costerebbe non averlo fatto quando ne avremo bisogno. E deve porsi anche un’altra domanda: chi sta pagando materialmente il prezzo di ciò che serve a tutti?
Io non sono contrario al progresso. Sono contrario a un progresso nel quale il beneficio viaggia per mille chilometri mentre il costo rimane nel cortile di casa mia. Sono contrario a uno Stato nel quale il cittadino paga quando l’impresa perde, paga quando lo Stato è indebitato, paga quando aumenta il cibo, paga quando aumenta l’energia, paga la bolletta e, se per portare quell’energia agli altri gli costruiscono un’infrastruttura davanti casa, paga pure quella.
E sono contrario a un modello economico nel quale l’uomo viene ridotto a consumatore. Perché prima di consumare siamo cittadini, lavoratori, famiglie, comunità, territori. Siamo una nazione.
Da qualche parte bisogna tracciare una linea. L’impresa deve poter fare impresa, il mercato deve poter fare mercato, ma lo Stato deve fare lo Stato. E uno Stato deve pensare innanzitutto alla propria comunità nazionale, alla sua energia, alla sua acqua, alle sue reti, alle sue industrie, al suo lavoro, alla sua capacità di produrre e alla possibilità dei propri cittadini di vivere dignitosamente.
Perché il mercato deve servire una nazione.
Non può essere una nazione a esistere soltanto per servire il mercato.
Lorenzo Valloreja
