Riflettevo leggendo della ricorrenza l’8 settembre della Giornata internazionale dell’alfabetizzazione promossa dall’UNESCO, e a ridosso della prossima apertura dell’anno scolastico con le relative proteste e consuete o nuove polemiche come anche su alcune dichiarazioni.
Da qui, il tema della mia riflessione, è una situazione che vivo anch’io in ogni luogo e ambito mi trovi, a tutti i livelli di età, ceto sociale e cultura, il dilagare dell’insipienza, dell’ignoranza, della rozzezza, della incultura, e a questo proposito volevo scrivere del fenomeno preoccupante anche perché in crescita noto come: Analfabetismo Funzionale o Illetteratismo.
Ma, cosa significa davvero analfabetismo funzionale?
A differenza dell’analfabetismo totale, è la condizione di chi sa leggere e scrivere, sa decodificare le parole e scrivere frasi semplici, ma non possiede un livello di comprensione adeguato per elaborare, comprendere, valutare o rielaborare testi complessi o dati numerici.
Esiste anche una definizione cristallizzata dall’UNESCO già nel 1984.
“L’analfabetismo funzionale è la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.
L’analfabeta funzionale, quindi, è una persona che sa leggere, scrivere (altrimenti sarebbe definibile analfabeta) ed esprimersi in modo sostanzialmente corretto, non è in grado, però, di raggiungere un adeguato livello di comprensione e analisi di un discorso complesso.
L’analfabetismo funzionale è l’incapacità di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella vita di tutti i giorni, nelle situazioni della vita quotidiana, pur sapendo formalmente decifrare le parole o essendo anche in possesso di un titolo di studio.
Si traduce quindi in pratica nell’incapacità soprattutto per molti adulti ma, non solo, di comprendere, valutare e usare le informazioni complesse all’interno di un testo di complessità media o ad utilizzare efficacemente le informazioni riscontrabili nella società contemporanea, con effetti negativi che si riflettono nella vita di tutti i giorni.
Un ostacolo, invisibile e silenzioso ma, che si frappone fra la persona e le attività più ricorrenti del quotidiano.
In maniera sintetica:
- Incapacità di comprensione adeguata di testi pensati per una persona comune, come articoli di giornale, regolamenti o bollette;
- Difficoltà nell’esecuzione di calcoli matematici semplici, come gli sconti in un negozio o la tenuta della contabilità casalinga;
- Difficoltà nell’utilizzo degli strumenti informatici;
- Conoscenza superficiale degli eventi storici, politici, scientifici, sociali ed economici.
Da questo elenco sintetico è chiaro come l’analfabetismo funzionale rappresenti un problema molto serio nella vita di tutti i giorni, vediamo anche qualche esempio pratico:
- Difficoltà a capire a fondo articoli di giornale: leggere un editoriale o un articolo di approfondimento ma, non cogliere il senso logico dell’argomento, scambiando spesso un’opinione per un fatto oggettivo o travisando il messaggio principale, o ancora tendenza a fermarsi al significato letterale, senza cogliere ironia, sfumature.
- Non riuscire a capire le voci di spesa di una bolletta della luce, i costi nascosti di un contratto telefonico o le clausole di un conto bancario.
- Avere serie difficoltà a compilare un modulo della pubblica amministrazione, una richiesta di rimborso o a seguire le istruzioni di montaggio di un mobile o di un elettrodomestico.
- Problemi nel fare calcoli semplici della vita quotidiana, non riuscire a calcolare uno sconto del 30% su un prezzo in saldo, a dividere un conto al ristorante tra amici o a gestire un budget familiare basilare.
- Faticare ad analizzare dati, interpretare una tabella statistica, un grafico con l’andamento dei prezzi o le previsioni meteorologiche espresse con percentuali e dati numerici.
- Condividere notizie palesemente false, bufale e fake news, o paradossali sui social media perché non si sa verificare la fonte o analizzare criticamente il testo letto.
E giusto chiarire che al contrario l’analfabetismo “strumentale o totale” è invece la totale incapacità di leggere e scrivere, la mancanza assoluta degli strumenti basilari della lettura e della scrittura, cioè non possederne neppure le basi meccaniche.
L’analfabeta strumentale non riconosce le lettere, non sa firmare il proprio nome o decifrare parole scritte, e infatti oggi nei Paesi sviluppati riguarda una percentuale minima e residuale della popolazione.
In Europa e nei paesi OCSE i tassi percentuali dell’analfabetismo strumentale (la capacità basilare di leggere e scrivere) sono vicini allo zero, o comunque inferiori all’1-2% in quasi tutti.
Per quanto riguarda invece l’analfabetismo Funzionale l’unico strumento scientifico ufficiale di misurazione è l’indagine PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) sviluppata dall’OCSE, all’ultimo ciclo (Ciclo 2) di questa (i cui dati ufficiali del sono stati pubblicati a fine 2024), hanno partecipato 31 nazioni, mentre in tutti i cicli si è arrivati a coinvolgere fino a 39 nazioni diverse, lo screening ha coinvolto gli adulti tra i 16 e i 65 anni, il primo ciclo è stato effettuato nel 2013 il secondo il 2023 proprio per valutarne le variazioni.
Il test PIAAC valuta e misura le competenze e le abilità divise in tre ambiti o domini cognitivi:
1) literacy (alfabetizzazione, lettura e comprensione di testi scritti),
2) numeracy (calcolo, competenza matematica di base),
3) problem solving in contesti digitali e problemi pratici.
I risultati dividono le capacità in sei livelli di competenza (dall’1 al 5 più eventuali sottolivelli).
Chi si posiziona al livello 1 o inferiore mostra gravi difficoltà o un’incapacità radicale di elaborare informazioni complesse al di fuori della decodifica elementare.
Si svolge come un’indagine statistica campionaria gestita a livello internazionale tramite interviste e prove cognitive su supporto informatico, che in Italia è coordinata dall’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) ente pubblico di ricerca su incarico del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
L’esame completo ufficiale (chiamato Education & Skills Online) richiede un codice d’accesso specifico e non è un test aperto e gratuito per singoli utenti senza un ente o un programma dedicato.
È comunque, possibile provare gratuitamente degli esempi interattivi delle prove PIAAC (competenza alfabetica, numerica e problem solving) sul sito dell’Inapp.
Sono esercizi ufficiali creati dall’OCSE per misurare le abilità utili nella vita e sul lavoro, gli esempi online non danno un punteggio finale, ma fanno capire come funzionano le domande.
Secondo gli ultimi dati del secondo ciclo (aggiornati al 2024) pubblicati da Inapp, in Italia una percentuale tra il 35% e il 37% della popolazione adulta tra i 16 e i 65 anni è considerato in condizione di analfabetismo funzionale, 1 persona su 3, si trova a livelli bassi o bassissimi, e rientra nella categoria dei low performer (bassi livelli di competenze), a fronte di una media OCSE del 26%.
Nello specifico in ambito Literacy (Alfabetizzazione): Il 35% degli italiani ottiene un punteggio pari o inferiore al Livello 1 (riesce a comprendere solo testi brevi), contro il 26% della media OCSE. Il punteggio medio italiano è di 245 punti rispetto a 260 della media internazionale.
Come specificato nella classificazione questi individui sanno leggere e scrivere, ma faticano a comprendere o usare le informazioni di testi complessi, sono incapaci di elaborare e comprendere criticamente testi non banali, scendendo ancora nel dettaglio dell’ambito alfabetizzazione, il 25% è al Livello 1 (capisce solo testi brevi ed elenchi semplici) e il 10% si colloca al di sotto del Livello 1 (comprende solo frasi organizzate in modo molto semplice o addirittura ha già difficoltà con frasi basilari).
Anche in ambito Numeracy (Competenze matematiche) il 35% della popolazione si colloca nelle fasce deboli (la media OCSE è circa tra il 18% e il 26%), con un punteggio medio di 244 punti contro i 263 della media OCSE, cioè mostra grandi difficoltà nei calcoli, fermandosi e riuscendo a svolgere solo calcoli e operazioni basilari, e a interpretare solo informazioni semplici da tabelle o grafici.
In ambito Problem solving adattivo si arriva al 46% degli adulti italiani che mostra forti difficoltà (media OCSE al 251, Italia a 231).
A livello geografico Ie competenze basse colpiscono in modo netto il Sud e le Isole, fino al 40% – 46% di scarsa competenza, rispetto al 13% del Nord-Est.
I dati emersi sono purtroppo molto severi per l’Italia, che si colloca stabilmente in fondo alla classifica, infatti nell’inchiesta del 2013, l’Italia era risultata all’ultimo posto per la literacy, nel 2023 la posizione peggiore non è più quella dell’Italia, perché si sono aggiunti altri Paesi che risultano ancora più sfavoriti del nostro (Israele, Lituania, Polonia, Portogallo e Cile), ma il livello qualitativo resta comunque basso e sotto la media OCSE.
Nel 2013 i Paesi con i risultati migliori erano il Giappone, la Finlandia, i Paesi Bassi, l’Australia, la Svezia, nel 2023 i Paesi in testa alla classifica risultano, nell’ordine, Giappone, Svezia, Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi.
Anche per quanto riguarda i livello di competenza solo il 5% degli adulti italiani raggiunge i livelli più alti (4 e 5), a fronte di una media OCSE del 12%, questi dati collocano l’Italia negli ultimi posizioni tra i Paesi industrializzati per le competenze di base della forza lavoro e con i più alti livelli di analfabetismo funzionale, posizionandola in una situazione critica, per competenze cognitive e di comprensione, rispetto alla media OCSE. Non è un problema solo degli adulti l’analisi dei dati più recenti sull’analfabetismo funzionale in Italia evidenzia una situazione di emergenza anche tra gli studenti.
I dati principali del rapporto OCSE evidenziano che il 17%dei possessori di un titolo di studio superiore o universitario(circa 1 su 6) possiede competenze di alfabetizzazione minime o mostra difficoltà nella comprensione di testi complessi, e fatica ad analizzare criticamente o a comprendere appieno testi articolati, rientrando così nell’analfabetismo funzionale.
Tra l’altro l’Italia registra anche una delle percentuali più basse di laureati sul totale della popolazione adulta rispetto alla media degli altri Stati membri.
Secondo l’indagine dell’’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica, circa il 40% degli studenti delle scuole medie italiane non raggiunge una competenza alfabetica adeguata, con punte che arrivano quasi al 50% nel Mezzogiorno.
Le difficoltà si estendono anche alle competenze matematiche, dove oltre il 44% degli studenti mostra lacune significative.
Questi dati rappresentano un peggioramento rispetto al 2018, specialmente nelle regioni del Nord e del Centro, seppure il Sud rimanga la zona più critica.
Relativamente alla differenza di genere oltre il 44% degli studenti maschi presenta difficoltà in matematica, contro il 35% delle studentesse in competenze alfabetiche.
Ma i dati non finiscono qui il Censis nel suo 58° rapporto (2024) sullo stato dell’Italia, descrive il sistema scolastico italiano come “galleggiante” nella mediocrità, evidenziando forti criticità legate ai risultati degli studenti, al supporto familiare e all’aumento del sostegno.
In particolare ha suscitato scalpore e quasi scandalizzato la sezione del rapporto intitolata “La fabbrica degli ignoranti”, in cui si leggono i seguenti passaggi:
“Non raggiungono i traguardi di apprendimento: in italiano, il 24,5% degli alunni al termine del ciclo di scuola primaria, il 39,9% al terzo anno della scuola media, il 43,5% all’ultimo anno della scuola superiore (negli istituti professionali quest’ultimo dato sale vertiginosamente all’80,0%)”.
E ancora:
“con riferimento ai grandi scrittori e poeti italiani, il 41,1% degli italiani crede erroneamente che Gabriele D’Annunzio sia l’autore de L’infinito, oppure non sa dare una risposta in merito, per il 35,1% Eugenio Montale potrebbe essere stato un autorevole presidente del Consiglio dei ministri degli anni ’50, il 18,4% non può escludere con certezza che Giovanni Pascoli sia l’autore de I promessi sposi e, infine, il 6,1% crede che il sommo poeta Dante Alighieri non sia l’autore delle cantiche della Divina Commedia”.
Non c’è molto da commentare ma, voglio aggiungere che il docente universitario e filosofo professor Massimo Cacciari ha dichiarato in una recente intervista che all’università, per esperienza diretta personale, ci sono studenti universitari che ritengono che: Gesù Cristo abbia scritto i Vangeli.
Non vi nascondo che anch’io sono rimasto sconcertato oltre che sconfortato, anche se non meravigliato visto che vivo la realtà che ci circonda.
Quindi in definitiva un italiano su tre tra i 25 e i 65 anni è fermo al livello 1 o sotto su una scala che arriva a 5, riconosce le parole ma, non le mette insieme, capisce solo testi molto brevi, legge le parole ma, non capisce il testo.
Protesta, a mio parere giustamente per la bolletta ma, non la riesce ad interpretare, protesta, giustamente a mio parere, per la sanità ma, non legge o non capisce le controindicazioni sul foglietto del farmaco, talvolta legge il titolo dell’articolo, ma non arriva quasi mai alla fine
A mio parere, il problema è anche la tracotanza, arroganza, superbia e prepotenza che molto spesso viaggiano nella stessa testa dell’analfabeta funzionale che si crea l’alibi: la bolletta è scritta male, che il contratto è una fregatura, che l’articolo è troppo lungo, la colpa scivola sempre sul testo, sull’altro mai sul lettore.
Per avere qualche informazione basterebbe saper cercare su Internet ma, nella realtà, basta guardare sotto qualsiasi post social, quali sono le risposte, i commenti cosa e come si risponde per capire “dal vivo e in diretta” quel 37% e quel livello 1 delle indagini.
Siamo a 10 punti percentuali indietro e si vedono tutti, un abisso.
Il punto più grave è il trend, cioè dove stiamo andando, perché quel 1 su 3 non sono i più anziani, i più vecchi perché l’indagine si ferma ai 65 anni, non contempla i nonni che non avevano la licenza elementare.
Sì perché l’Italia ha imparato a leggere per ultima in Europa, anche davanti alla televisione, con il maestro Manzi a “non è mai troppo tardi” che alfabetizzava più della scuola, ma, a mio parere, perché c’era anche diffusa educazione, senso di realtà e umiltà, oggi scomparse a tutti i livelli.
Tra il 2012 e il 2023 i punteggi di lettura degli italiani sono calati per tutti, laureati compresi, per cui i laureati di oggi leggono peggio di quelli di dieci anni fa.
E le statistiche dicono che la laurea, in Italia, distingue meno che altrove, e che la differenza con chi ha il solo liceo o diploma è quasi impercettibile.
Anche qui io ho le mie idee, seppure strettamente personali, perché se si vogliono fare i numeri di immatricolati e iscritti, se le università telematiche vanno alla grande come gli istituti di recupero che ti danno il pezzo di carta in un anno: cosa succede, cosa si percepisce?
Il pezzo di carta cresce, la competenza cala, e finisce che la laurea triennale vale quanto un diploma di liceo o di superiore di vent’anni fa, e anche meno di uno di quaranta.
Non si è arrivati qui in un anno, in due, in cinque, la scuola è da tempo che ha smesso di selezionare, per i motivi più svariati, compreso il volere dei genitori e gli interessi di tutti, con la soddisfazione di tutti: poi però i risultati si vedono, si leggono, emergono!
Oggi alle medie gli studenti in ritardo di almeno due anni sono solo lo 0,7%, uno su 150, non perché tutti sappiano o siano bravi, ma perché nessuno viene più fermato: nessuna bocciatura!
E questo con tutto che in Italia si facciano più ore di lezione della media OCSE, ma più ore non significa in automatico più competenza.
Penso che ho descritto lo scenario che emerge dalle tabelle, dai numeri, dalle statistiche e che questo non è assolutamente consolante.
Per contrastare e arginare il fenomeno dell’analfabetismo funzionale e non solo, bisogna investire in due direzioni, le uniche possibili soluzioni: famiglia e scuola, e occorre innanzitutto restituire il giusto valore a questi due attori fondamentali.
A mio parere ovvio le direzioni sono solo queste, i due elementi sono strettamente legati, e non solo per minacciare, protestare o denunciare, non serve riformare la scuola se non cambia la mentalità anche di casa dove il genitore seppure istruito e titolato non cresce più da decenni, non legge, non si aggiorna, e cosa certa che i figli seguiranno questo modello, faranno lo stesso che è sicuramente più comodo e meno complicato.
A questo proposito esiste anche un’altra tipologia, altrettanto subdola, il cosiddetto “analfabetismo di ritorno” è il caso in cui la persona ha completato un ciclo di studi, ma le competenze acquisite non sono adeguate alla complessità della società moderna o soprattutto non sono aggiornate o rinfrescate, e la perdita delle abilità di lettura, scrittura e calcolo avviene a causa di una mancata e prolungata pratica.
La persona aveva imparato bene a leggere, scrivere e fare calcoli, ma a causa della mancanza totale di esercizio e di lettura negli anni successivi alla scuola, ha dimenticato queste abilità.
Per cui c’è di fatto come conseguenza che è soggetto ad una regressione ad uno stadio precedente, l’analfabeta di ritorno si ritrova a condividere i limiti dell’analfabeta funzionale.
Un punto da tenere anche di conto è che il buco non si riempie, si allarga, perché i forti si allenano, i deboli restano fermi, il divario si alimenta da solo: chi sta al livello 1 non torna a studiare, al contrario di chi sta in alto che continua a farlo.
Il fenomeno “analfabetismo funzionale” deve conquistare una rilevanza sempre maggiore all’interno dei dibattiti sui temi dell’istruzione e della formazione e va affrontato in maniera decisa, perché la serietà e l’ampiezza del problema rendono necessarie e urgenti delle contromisure.
La scuola è anche la prima vittima dell’analfabetismo funzionale, perché è il luogo in cui si manifesta in modo massiccio ed evidente, infatti molti professori lamentano l’impossibilità di portare avanti in maniera adeguata le lezioni proprio per le difficoltà di comprensione che hanno gli alunni, e questo a tutti i livelli.
La scuola ovviamente deve perseguire questo processo, a mio parere più cultura e conoscenza di base e meno progetti ed esperimenti innovativi, o almeno partiamo dalla base.
Dal bagaglio tradizionale della scuola, ad esempio, vale la pena di ritornare anche ai vecchi e desueti riassunti e sintesi ma, senza internet e intelligenza artificiale e poi in seguito o a latere facciamo anche le cose creative, il mix giusto è una combinazione equilibrata di metodologie classiche e più innovative, utilizzando anche gli strumenti digitali che possono fornire un valido supporto ai docenti.
Più che riformare la scuola questa va potenziata: investendo in infrastrutture, tecnologie e metodologie didattiche che uniscano la teoria a laboratori di sintesi, la didattica si deve fare interattiva, relazionale, sociale, allenando sia il pensiero critico obiettivo che digitale.
L’analfabetismo funzionale va combattuto partendo da basi come la lettura, la mancanza di abitudine alla lettura fin dall’infanzia anche in ambito familiare, a casa, oltre che a scuola, è fondamentale, riducendo contemporaneamente la fruizione passiva dei media.
Combattere il sovraccarico cognitivo dei social network e l’uso superficiale di internet e dei dispositivi informatici software e hardware e questo vale per ogni età. A livello sociale va ridotta la povertà educativa di contesti socio-economici fragili e la carenza di servizi culturali sul territorio.
A livello personale va promossa l’educazione, l’aggiornamento continuo e l’acculturamento permanente soprattutto dopo il percorso scolastico, per evitare l’analfabetismo di ritorno.
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka
