Un ‘salvadanaio previdenziale per neonati‘ contro la povertà previdenziale. Questa la proposta allo studio del governo, come ha confermato la ministra del Lavoro Marina Calderone in un’intervista all’Adnkronos a margine del Forum Teha a Cernobbio lo scorso 6 settembre. Il problema è noto: carriere discontinue, salari bassi, ingresso tardivo nel mercato del lavoro e lunghi periodi senza contributi possono tradursi, tra alcuni decenni, in pensioni molto più basse dell’ultimo stipendio, insufficienti rispetto al costo della vita. L’ipotesi dunque è quella creare un fondo per ogni nuovo nato, alimentato fin dall’infanzia e destinato a integrare la futura pensione, senza sostituirsi agli altri pilastri.
L’idea è stata lanciata dal presidente dell’Inps, Gabriele Fava, e dal presidente della Covip, Mario Pepe, e ha ricevuto un’apertura da Calderone, alla quale “piace molto”, anche perché “si collega all’abitudine, all’interesse e all’attenzione delle famiglie per figli e nipoti ed è importante per favorire l’educazione previdenziale”. Il progetto è ancora in fase di studio: non esiste al momento una norma approvata e restano da definire molti degli elementi più importanti, a partire dall’importo del contributo pubblico, dalle modalità di gestione e dalle agevolazioni fiscali. Ma il governo ci sta lavorando.
Un conto previdenziale aperto fin dalla nascita
Il principio è semplice: aprire una posizione previdenziale individuale quando il beneficiario è ancora bambino, sfruttando un orizzonte temporale di investimento molto lungo. Lo Stato verserebbe una somma iniziale, mentre genitori, nonni e altri familiari avrebbero la possibilità di aggiungere ulteriori risorse. Una volta entrato nel mondo del lavoro, il beneficiario potrebbe continuare ad alimentare personalmente il fondo.
Il capitale verrebbe investito secondo un meccanismo a capitalizzazione: i contributi versati produrrebbero rendimenti che, a loro volta, verrebbero reinvestiti. È proprio la durata dell’investimento a rappresentare il principale vantaggio dello strumento, perché un tempo lunghissimo come 50, 60 o anche 65 anni significa permettere anche a versamenti relativamente contenuti di beneficiare dell’effetto dell’interesse composto.
Quanto potrebbe diventare il capitale
Secondo alcune simulazioni citate dal presidente Covip Mario Pepe, una contribuzione di 100 euro al mese questa entità protratta nel lungo periodo potrebbe portare a un capitale nell’ordine dei 160 mila euro a 65 anni. Si tratta però soltanto di una simulazione, non di un parametro previsto dalla proposta. Il risultato finale infatti dipende da molte variabili, come il rendimento degli investimenti, i costi di gestione, l’inflazione, la durata dei versamenti e ka continuità della contribuzione.
Perché si parla di povertà previdenziale
Il problema che la proposta prova ad affrontare riguarda soprattutto i giovani che lavoreranno interamente con il sistema contributivo, nel quale la pensione dipende in larga misura da quanto viene versato durante la vita lavorativa. Retribuzioni basse, contratti precari, part-time involontario e periodi di inattività riducono quindi direttamente il montante contributivo finale.
Per le nuove generazioni il rischio quindi non è necessariamente quello di non ricevere una pensione, ma di riceverne una molto più bassa dell’ultimo stipendio, insufficiente rispetto al costo della vita. È questo il senso del concetto di “povertà previdenziale”: lavoratori che, pur avendo versato contributi per molti anni, potrebbero ritrovarsi in vecchiaia con redditi pensionistici troppo bassi.
Il salvadanaio previdenziale punta ad affiancare alla pensione pubblica una seconda riserva costruita nel corso della vita.
