Riflettevo: La società contemporanea sembra aver cancellato il pensiero e la consapevolezza della morte, ha eliminato ogni senso di finitezza, generando e alimentando l’illusione dell’“uomo eterno”.
Nel mondo di oggi sembra che l’uomo possa tutto, e a nulla e nessuno debba mai rendere conto.
Tra malattie, guerre, vittime di incidenti o di violenze di ogni genere siamo assuefatti dalla morte, ci siamo abituati, invece all’atto pratico sembrerebbe che vogliamo sempre censurare la morte, che resta ancora un taboo.
La psicologa francese Marie De Hennezel afferma nel suo libro che “la morte, la nascondiamo come se fosse vergognosa e sporca.”
Eppure ciò che più di ogni altra caratteristica distingue l’essere umano da altre specie animali è proprio l’interrogarsi sul senso della vita e sulla morte.
Si ha paura anche solo di parlarne, di affrontare il discorso tanto che la soluzione di molti è la fuga, la rimozione, che non è una soluzione è un semplice non voler entrare in contatto con un malessere che resterà latente per chissà quanto tempo?
Il senso della vita e il senso della morte sono legati in modo profondo: la finitezza dell’esistenza conferisce valore, urgenza e significato a ciò che facciamo.
Victor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, uno fra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia (la Terza Scuola Viennese di Psicoterapia) e sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, individua nella volontà di senso, “La volontà di significato” o “Will to meaning” la motivazione primaria dell’essere umano.
La morte non rende la vita priva di senso; al contrario, è proprio la finitezza dell’esistenza a conferirle valore e urgenza.
Sapere che il tempo è limitato ci sprona a non sprecare le nostre possibilità e a prenderci la responsabilità delle nostre scelte.
La morte dà contorno alle nostre azioni: ciò che facciamo nella vita assume un peso eterno proprio perché il nostro tempo è contato.
Accettare la mortalità significa comprendere che ogni momento è irripetibile e che l’essere umano è chiamato a dare una risposta unica alle domande che la vita gli pone.
Se fossimo immortali, i progetti perderebbero urgenza.
Il filosofo e antropologo Marc Augé invece ha parlato di “illusione dell’eterno presente“, o della “illusione dell’essere eterno” la tendenza psicologica e culturale dell’essere umano a vivere come se la propria esistenza, o il modello di civiltà attuale, non dovesse mai finire.
Augé afferma che l’uomo della società contemporanea tende ad affrontare la vita nella nell'”illusione dell’eterno presente”, descrivendo una società contemporanea che comprime il tempo in un flusso continuo, facendo credere che il presente economico e politico debba perpetuarsi per sempre, senza progettualità storica né alternative.
Oggi avvertiamo la sensazione di vivere in un continuo presente, a causa dell’eccesso di informazione.
Si tratta di una sensazione illusoria ma intensa, che elimina ogni prospettiva sul futuro e sul passato.
Per uscirne dobbiamo imparare a riappropriarci del nostro tempo e del nostro spazio.
Autori come Jean-Baudrillard nel suo libro “L’illusione dell’immortalità” hanno analizzato come la tecnologia cerchi di simulare una permanenza fittizia tra cloni, copie, mondo virtuale, unaillusione tecnologica di immortalità, spingendo l’uomo a credere di poter eludere la fine e il limite biologico.
In un mondo di copie, di cloni e AI dove tutto può essere creato all’istante dalla tecnologia, tempo e spazio sembrano annullati e l’umanità proiettata in un futuro virtuale dove l’uomo non lascerà nessuna traccia reale e concreta di sé.
Al contrario alcuni ipotizzano che in futuro i social network possano diventare “cimiteri virtuali”, dove le persone potranno visitare i propri cari defunti attraverso i profili online.
Mah … Ritorniamo seri.
Secondo il filosofo e scrittore italiano Sergio Givone, “vivere consapevoli della morte significa non rincorrere illusioni esterne, ma abbracciare la vita nella sua interezza e concretezza”.
Jean-Paul Sartre, nel racconto “Il muro” scrive dell’«illusione di essere eterni», coglie la fragilità della vita, l’individuo di fronte alla morte imminente, azzerando il valore delle cose materiali o delle attese temporali.
Sempre Sartre afferma che è ben differente l’esperienza di chi vive la gratuità della vita e la percepisce come un dono.
Sentirsi fragile e vulnerabile ci porta ad apprezzare i giorni, le settimane, gli anni, ma persino le ore, i minuti e i secondi.
Dello stesso avviso il valore del tempo di Arthur Schopenhauer: “Non v’è rimedio per la nascita e la morte, salvo godersi l’intervallo.”
Sapere che la vita ha un termine è un invito che ci spinge a viverla con consapevolezza,Un invito a vivere con pienezza il tempo che ci è concesso, senza lasciarci sopraffare dall’ansia della fine.
Nella società attuale, la morte viene spesso medicalizzata, nascosta ed espulsa dall’orizzonte quotidiano in favore di un’ideale di giovinezza ed efficienza perenne.
La riduzione delle tradizioni legate al lutto e alla collettività amplifica l’ansia e il senso di vuoto quando la perdita si manifesta.
Il culto dei morti ha sicuramente un senso fin dai primordi dell’umanità, e lo avrà sempre in modo soggettivo e con diverso peso a seconda della credenza e dei principi di ciascuno.
La percezione moderna è quella della “morte rimossa“, sembra che noi stiamo perdendo “il culto dei morti” che non è solo venerazione e credenze ma, è commerazione, rispetto; ed è un tema e fa parte dell’antropologia culturale e della religione dell’uomo, da sempre da quando esiste l’uomo, dalla sua preistoria.
Invece, soprattutto in occidente, la cultura odierna va nella direzione opposta rispetto alle precedenti, oggi è in atto una censura del lutto, un progressivo lavoro di rimozione della morte, la cui celebrazione, viene “delegata” ad agenzie specializzate, e quindi allontanata dalla vita sociale, culturale e educativa, ed è una tematica che sta sparendo sempre più dalla quotidianità.
Omero narrava invece, che: il culto, l’onore e la “venerazione” che gli uomini attribuiscono al corpo del morto è ciò che ci può rendere “umani”.
La paura della morte è alla base di tutti i comportamenti umani, sia quelli individuali sia collettivi, oggi proprio in questo campo per la psicologia personale e sociale esiste la “Terror Management Theory” (TMT) ovvero la “Teoria della Gestione del Terrore” che spiega il perché della tendenza a evitare il pensiero della morte, dimostrando come essa sia indispensabile per vivere serenamente.
Secondo la TMT, l’uomo è l’unico animale cosciente di dover morire e poiché come tutti gli animali ha paura della morte, per poter sopportare tale condizione esistenziale e non essere paralizzato dall’angoscia non può che relegare nell’inconscio la consapevolezza della finitudine.
La psicologia più tradizionale invece ha spiegato come affrontare, elaborare e superare il lutto, arrivando a classificarne le varie fasi.
Freud, ha descritto l’elaborazione del lutto, nel saggio “Lutto e melanconia” (1915), il lutto e la melanconia sono reazioni alla perdita, ma differiscono perché nel lutto il dolore è legato alla perdita di un oggetto specifico e cosciente (una persona o un ideale), mentre nella melanconia la perdita è inconscia e non ben identificata, e può causare una sofferenza più profonda perché rivolta verso se stessi.
Approfondire questi temi (attraverso la cosiddetta “death education” o percorsi di ascolto) aiuta a definire le reali priorità e a vivere con maggiore consapevolezza questa indifferibile realtà.
Riguardo il destino finale esistono differenti sistema di pensiero, ma alcuni presuppongono che l’anima, o spirito, continui a vivere dopo che il corpo fisico ha cessato le sue funzioni vitali, anche se la destinazione dell’anima dopo la morte è sempre stata e resta un mistero profondo e centrale.
Esistono studi comparati, sperimentazioni e studi come le ricerche sulle esperienze ai confini della morte, o di pre-morte, note anche come NDE (Near Death Experience) che suggeriscono che l’attività cerebrale possa proseguire anche dopo che una persona è stata dichiarata clinicamente morta, anche se non forniscono una risposta definitiva sull’esistenza dell’anima o su cosa le accada dopo.
Esiste anche la “concezione più materialista” una visione che sostiene che con la morte del corpo cessino tutte le funzioni vitali, inclusa l’attività cerebrale, e che non ci sia un’anima o uno spirito che continui a esistere.
Una bellissima riflessione è quella del grande poeta austriaco Rainer Maria Rilke (1875-1926), che ha avuto un rapporto esaltante e tormentato con la fede cristiana ma afferma:
“La morte è il lato della vita rivolto dall’altra parte rispetto a noi, il lato che la nostra luce non raggiunge”. La citazione è tratta dalle sue lettere e riflessioni legate alle “Elegie duinesi“, questa in particolare indirizzata ‘al signor Witold von Hulewicz’.
Rilke illustrava il volto nascosto della morte: noi ne vediamo solo il profilo tragico e tenebroso che indica dissoluzione, fine, silenzio, ma c’è un’altra dimensione che ‘è rivolta dall’altra parte rispetto a noi’ e che si affaccia sul mistero, sull’eterno e sull’infinito.
Il senso della frase, al centro del pensiero contemporaneo, è l’indissolubilità del legame vita-morte: vita e morte formano un’unità indivisibile.
Il poeta vede la vita e la morte non come due realtà opposte o nemiche, ma come un’unica totalità.
Le due realtà sono la luce e l’ombra: noi viviamo nella parte illuminata e vediamo solo la faccia illuminata (il tempo presente, le cose visibili e concrete), mentre la morte rappresenta l’altra metà di questa sfera, questo altro lato che ci è precluso.
La parte di realtà che resta in ombra e fuori dal nostro sguardo, ma non per questo è meno reale, seppur immersa nel silenzio e nel mistero.
Il legame tra vita e morte si configura come un continuum filosofico ed esistenziale in cui la fine fisica non annulla l’individuo, ma ne rappresenta il compimento.
Questa relazione profonda e indistruttibile attraversa la dimensione culturale, psicologica e spirituale dell’esperienza umana.
Durante un dibattito recente tenutosi a Roma intitolato “Dialogo su vita e morte – L’altra faccia della vita” il filosofo Massimo Cacciari ha affermato che:”Tutto il pensiero contemporaneo riflette sulla indissolubilità del legame fra vita e morte“, spiegando ed evidenziando “come il senso della morte stia nel come viene vissuta“.
“Ciò che conta è se vivi così da rendere la tua morte un compimento, che il tuo morire non sia un precipitare o un crepare, ma tu ti senta compiuto“.
Una “bella morte”, la definisce, che rappresenta un terreno comune fra la prospettiva cristiana e un pensiero ateistico scientifico-filosofico che ha comunque consapevolezza di vita.
“Poiché tutto muta e si trasforma, anche io, non credente, posso affermare di sapere che non vengo dal nulla e non finisco nel nulla: il mio essere innegabilmente è stato ed è, e poi sarà, in base a ciò che sono“.
In ciascuna di queste due prospettive, ha sottolineato Cacciari, siamo lontani dalla morte intesa come “annichilimento“, che “non sta in piedi né dal punto di vista teologico, né da quello filosofico e scientifico“.
Colui che muore, che “scompare”, che “esce dal nostro cono di luce” ma non per questo è nulla; e teologia, filosofia e scienza dialogano a partire da questa consapevolezza comune.
Bisogna, allora, saper guardare anche “dall’altra parte”, come suggeriva il filosofo russo Piotr J. Caadaev (1794-1856):
“Perché tra voi e il cielo vedete solo la pala del becchino? Perché non comprendete che l’eternità è la vita stessa dell’uomo giusto?“.
Jim Morrison con il suo stile provocatorio, ci spinge a guardare alla morte con una prospettiva meno drammatica, quasi liberatoria:
“Non aver paura della morte… Fa meno male della vita!”
Per lo scrittore e traduttore giapponese Haruki Murakami, la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia:
“La morte non è l’opposto della vita, ma una sua parte integrante.”
La vita e la morte sono due parti inseparabili della stessa esperienza umana.
Non sono due nemici opposti, ma elementi che si richiamano e si completano a vicenda.
Per la poetessa statunitenseEmily Dickinson riporto la traduzione italiana di un famoso componimento della poetessa statunitense
“Chi è amato non conosce morte, perché l’amore è immortalità, o meglio, è sostanza divina. Chi ama non conosce morte, perché l’amore fa rinascere la vita nella divinità”
Per l’autrice il sentimento dell’amore non è un semplice legame umano, ma appartiene a una dimensione eterna e spirituale.
L’amore come immortalità un concetto che va oltre la fine fisica: chi riceve o dona amore supera il limite della morte terrena, perché l’essenza di ciò che si è provato rimane viva e parte di una realtà divina.
Amare ed essere amati permette all’esistenza di rinnovarsi continuamente oltre il tempo.
Voglio proporre anche la celebre poesia del teologo Henry Scott Holland sulla morte si intitola: “Death Is Nothing at All“, tradotto in “La morte non è niente”.
In realtà la poesia di fatto è la parte poetica di un sermone più completo intitolato “Death the King of Terrors” pronunciato la domenica del 15 maggio 1910 nella Cattedrale di St. Paul a Londra, per celebrare la morte e in memoria del re Edoardo V.
La poesia descrive la morte non come una finendrammatica, ma come un semplice passaggio, un trovarsi “nella stanza accanto“.
L’autore invita a mantenere vivi i legami di continuità affettuosa, serenità di fronte al distacco, l’ironia e la normalità della vita quotidiana senza farsi sovrastare dal lutto.
I legami affettivi rimangono intatti e la presenza dei nostri cari continua a vivere nei nostri ricordi.
La morte non è niente tocca il cuore, perché il defunto immaginario citato da Holland cerca di trasferire alle persone che lo hanno voluto bene, che di fatto la vita continua e lui sarà sempre vivo se sarà considerato come ancora “vivente”.
La morte non è niente di Henry Scott Holland
La morte non è niente. Non conta.Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.Non è successo nulla.Tutto resta esattamente come era.Io sono io e tu sei tue la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme è immutata, intatta.Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.Chiamami con il vecchio nome familiare.Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.Non cambiare tono di voce,Non assumere un’aria solenne o triste.Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.Sorridi, pensa a me e prega per me.Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.È la stessa di prima,C’è una continuità che non si spezza.Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri solo perché sono fuori dalla tua vista?Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.Va tutto bene; nulla è perduto.Un breve istante e tutto sarà come prima.E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!
La morte non è niente è una poesia di Henry Scott Holland che tocca l’animo in maniera originale e nel profondo.
Chi ci parla è chi non possiamo più vedere, la persona che abbiamo amato, che abbiamo pianto, che vorremmo riabbracciare.
Un punto di vista diverso dal solito che, forse, ha anche una capacità consolatoria.
Una sorta di lettera neppure di addio, ma, di un semplice arrivederci.
È chiaro che a parole sembra tutto scontato, ma lo scopo della poesie è offrire a chi resta in vita, la consolazione che il ricordo e l’amore per chi è l’unica forma per tenere in vita
C’è un’affinità del passaggio di Holland con i pensieri di Sant’Agostino nella sua lettera 263 scritta nel quarto secolo d.C. e indirizzata alla vergine consacrata Sàpida, per consolarla della morte del fratello, diacono.
In questa scrive che il fratello di Sàpida e il loro amore, anche se lui è morto, ancora ci sono, come l’oro che è ancora tuo, anche se lo custodisci in qualche armadio.
“Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono ovunque noi siamo”.
Questa riflessione di Sant’Agostino offre una visione rassicurante: i nostri cari ci accompagnano sempre, anche se in una forma diversa.
Per San Francesco d’Assisi la morte è “sora nostra morte corporale” è perfino una sorella, ha lo stesso nostro sangue.
Il Libro dell’Apocalisse (capitolo 21, versetti 3-4) della Sacra Bibbia ci dice: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
Questi i pensieri di varie menti, a mio avviso nel mondo occidentale non esistono culture “giuste” e culture “sbagliate”, sono pensieri diversi, come sono diverse l’elaborazione del dolore, e i modi di affrontarlo.
C’è chi trova sollievo portando fiori davanti ad una lapide e chi tenendo su una mensola l’urna con le ceneri, la cosa importante e essenziale è che tutto questo “ha senso” solo se uno ha veramente amato una persona che ora non c’è più, in caso contrario è soltanto ipocrisia.
Tutti sappiamo che prima o poi moriremo: questa è una certezza ineluttabile, che fa parte della nostra vita anche se molto spesso alla morte non ci pensiamo affatto nonostante che:
“D’altronde la morte è l’unica vera certezza che abbiamo nella vita”.
Dobbiamo ricordarci sempre che:
Nulla di umano è eterno.
Tranne la meravigliosa, commovente, straordinaria capacità di puntare gli occhi sulle stelle lavorando per poterci un giorno o l’altro arrivare.
Buona riflessione Roberto Kudlicka
