Islanda, UE e sovranità popolare

In Full Metal Jacket, il colonnello Pogue, rivolgendosi a Joker, disse: «Figliolo, ai miei marines io non ho mai chiesto altro che di obbedire a me come alla parola di Dio. Noi siamo qui per aiutare i vietnamiti, perché dentro ogni “muso giallo” c””è uno che sogna di diventare americano. È un mondo spietato, figliolo! Bisogna tener duro fino a quando passerà questa mania della pace!».

Ebbene, quella stessa scena mi è tornata prepotentemente davanti agli occhi nel momento in cui, a urne chiuse e risultato acquisito, è partito il piagnisteo di una parte dei media occidentali per la vittoria del No, con il 52,8%, in Islanda alla riapertura delle trattative con l””Unione Europea, in vista di un possibile futuro ingresso dell””isola dei vulcani nell””UE.

Perché questa ostinazione nel considerare quasi incomprensibile un risultato elettorale ogniqualvolta esso smentisce i desiderata o i disegni di Bruxelles è, a mio giudizio, razzismo culturale allo stato puro o, se preferite, la manifestazione di una convinzione ancora profondamente radicata nell””uomo bianco europeo: quella di essere l””unico depositario della verità, della civiltà e, in ultima analisi, persino del diritto di stabilire che cosa gli altri popoli debbano desiderare.

Ma le cose non stanno esattamente così.

A ben guardare, infatti, alcuni dei Paesi europei dotati delle economie più solide e dei sistemi di welfare più efficienti si guardano bene dall””entrare in questa Europa miope e guerrafondaia, che allegramente si sta riarmando in previsione di una Terza guerra mondiale che, non si sa bene sulla base delle previsioni di quali novelli Nostradamus in divisa o in doppiopetto, dovrebbe materializzarsi nella seconda metà degli anni Trenta.

E non stiamo parlando di Stati falliti, periferie economicamente depresse o popoli disperatamente in attesa che Bruxelles li tragga fuori dalla miseria.

A dire No non è stata soltanto l””Islanda. La Norvegia ha respinto per ben due volte l””adesione, nel 1972 e nel 1994; gli svizzeri hanno costruito scientemente il proprio rapporto con Bruxelles mantenendosi fuori dall””Unione e, persino nel Regno Unito, dieci anni dopo il referendum sulla Brexit, Nigel Farage continua a rappresentare una parte tutt””altro che marginale del Paese che non ha alcuna intenzione di rimettere la propria sovranità nelle mani dell””UE.

A spingere i cittadini contro l””adesione o contro una maggiore integrazione non sono necessariamente soltanto motivazioni economiche. Nel caso dell””Islanda, per esempio, un ruolo centrale lo ha avuto la volontà di tutelare il proprio settore ittico, che è arrivato a rappresentare circa il 40% del valore delle esportazioni di beni del Paese: gli islandesi hanno evidentemente ritenuto preferibile conservare il controllo sulle proprie risorse marine piuttosto che sottoporle alle pastoie della politica comune europea della pesca e alla conseguente condivisione di quelle acque con gli altri operatori continentali.

In Gran Bretagna, invece, uno dei grandi terreni di scontro che condussero alla Brexit fu la questione migratoria e, in particolare, la libera circolazione delle persone all””interno dell””Unione Europea. Ma dietro questi singoli dossier — la pesca per gli uni, l””immigrazione per gli altri — esiste una questione ancora più profonda, che riguarda la resistenza all””idea che l””integrazione europea debba necessariamente comportare una progressiva omologazione politica, culturale e persino valoriale dei popoli che ne fanno parte.

L””esempio più eclatante lo abbiamo avuto, proprio in questi giorni, con le polemiche suscitate a Belgrado dagli onori tributati a Ratko Mladić, il comandante militare serbo-bosniaco condannato definitivamente all””ergastolo per il genocidio di Srebrenica, crimini contro l””umanità e crimini di guerra.

È bastato che il ministro della Giustizia serbo annunciasse onori militari e di Stato perché da Bruxelles arrivasse immediatamente l””ammonimento: la glorificazione dei criminali di guerra è incompatibile con i valori europei e non ha posto neppure nei Paesi candidati all””adesione.

Ora, sia chiaro: qui non è in discussione la sentenza contro Mladić, né intendo trasformare questo editoriale in una revisione dei processi dell””Aia. Il punto che mi interessa è un altro ed è eminentemente politico: il sottinteso rivolto alla Serbia è fin troppo evidente. Volete entrare nell””Unione Europea? Allora dovete imparare non soltanto quali leggi adottare, quali parametri economici rispettare e quali capitoli negoziali chiudere, ma anche quale rapporto con il vostro passato e quale lettura della vostra storia siano compatibili con la casa nella quale chiedete di entrare.

E non è certo la prima volta che l””Europa politica pretende di stabilire dove termini la libera scelta di un popolo e dove cominci, invece, ciò che Bruxelles considera politicamente accettabile.

IL PRECEDENTE AUSTRIACO: HAIDER E LE SANZIONI

Uno dei precedenti più clamorosi risale addirittura al 1999-2000, quando gli austriaci portarono il Partito della Libertà di Jörg Haider al 26,9%, facendone la seconda forza politica del Paese, davanti, sia pure di un soffio, al Partito Popolare di Wolfgang Schüssel.

A quel punto accadde qualcosa che oggi sembra quasi dimenticato: quando divenne concreta la possibilità che l””FPÖ entrasse nel governo austriaco, gli altri quattordici Stati dell””Unione Europea intervennero apertamente, annunciando in anticipo che la partecipazione del partito di Haider all””esecutivo avrebbe provocato una reazione comune e il declassamento delle relazioni diplomatiche con Vienna.

Si trattava, detto senza infingimenti, di una pressione internazionale preventiva sulla formazione del governo di uno Stato membro.

Haider aveva portato il proprio partito davanti all””ÖVP e disponeva, insieme ai popolari, dei numeri parlamentari necessari per costruire una maggioranza; eppure, nel clima creato dalle minacce internazionali e dalle paventate misure contro l””Austria, a diventare cancelliere fu Wolfgang Schüssel, leader del partito giunto terzo, mentre Haider rimase fuori dall””esecutivo. La coalizione con l””FPÖ nacque comunque e, puntualmente, gli altri quattordici governi europei applicarono le misure diplomatiche annunciate.

Si può naturalmente sostenere che Haider fosse impresentabile, estremista, populista, pericoloso o tutto quello che si vuole. Ma il punto democratico resta: gli austriaci avevano votato in un certo modo e dall””esterno veniva comunicato loro, prima ancora della nascita del governo, quale combinazione politica avrebbe avuto conseguenze internazionali per il loro Paese.

E allora viene spontaneo domandarsi: dove finisce la sovranità dell””elettore e dove comincia il diritto autoproclamato degli altri governi europei di spiegargli quali conseguenze dovrà subire se vota “male”?

DALL””AUSTRIA ALLA ROMANIA

Ventiquattro anni dopo, in Romania, il copione si è ripresentato in una forma ancora più clamorosa.

Nel novembre 2024 Călin Georgescu, candidato anti-establishment, critico verso l””Unione Europea, la NATO e il sostegno occidentale all””Ucraina, arrivò inaspettatamente primo al primo turno delle presidenziali. Poi, mentre il Paese si preparava al ballottaggio, la Corte costituzionale rumena annullò l””intero processo elettorale, sulla base di contestazioni riguardanti la campagna digitale, il finanziamento e le presunte interferenze straniere. Georgescu sarebbe stato successivamente escluso anche dalla ripetizione del voto.

Formalmente, è bene ricordarlo, non fu Ursula von der Leyen a cancellare le elezioni: la decisione fu della Corte costituzionale rumena. Ma Bruxelles non rimase certo spettatrice politicamente indifferente alla vicenda: la Commissione aprì procedimenti nei confronti di TikTok per verificare possibili violazioni delle norme europee e interferenze nella campagna, tanto che all””interno dello stesso Parlamento europeo furono successivamente presentate interrogazioni nelle quali si accusava apertamente la Commissione di avere esercitato un””influenza indebita sul processo politico rumeno. La Commissione ha sempre respinto l””idea di avere ordinato l””annullamento, ricordando che l””organizzazione delle elezioni compete agli Stati membri.

Il dato politico, tuttavia, rimane: un candidato sgraditissimo all””establishment euro-atlantico vince il primo turno e quel voto non arriva mai al suo naturale compimento nel ballottaggio.

Sarà stata soltanto una coincidenza. Ma è una coincidenza politicamente gigantesca.

GEORGIA: QUANDO IL PARLAMENTO EUROPEO CHIEDE DI RIVOTARE

Ancora più esplicito è ciò che è accaduto in Georgia dopo le parlamentari dell””ottobre 2024, vinte da Sogno Georgiano.

Il Parlamento europeo non si limitò a manifestare preoccupazione: rifiutò di riconoscere il risultato e chiese apertamente che le elezioni fossero ripetute entro un anno sotto supervisione internazionale, denunciando intimidazioni, manipolazioni e irregolarità e chiedendo contemporaneamente sanzioni contro esponenti del governo georgiano.

Successivamente è andato persino oltre, dichiarando di non riconoscere le autorità nate da quelle elezioni e continuando a chiedere nuove consultazioni.

E allora, ancora una volta, il cittadino europeo dovrebbe chiedersi: chi stabilisce quando il voto di un popolo è sufficientemente democratico per essere rispettato e quando, invece, deve essere ripetuto finché non produce un risultato politicamente accettabile?

BIELORUSSIA E MOLDAVIA: DUE PESI, DUE MISURE?

In Bielorussia, dopo le presidenziali del 2020, l””Unione Europea dichiarò ufficialmente di non riconoscere il risultato, giudicando le elezioni non libere né corrette, negò legittimità democratica ad Aleksandr Lukashenko, chiese nuove elezioni e introdusse sanzioni contro esponenti del regime.

Si può condividere o meno quella valutazione, ricordare la repressione delle proteste, discutere per cento pagine della qualità democratica del sistema bielorusso: resta il fatto che Bruxelles si attribuì il diritto politico di stabilire che quel risultato non dovesse essere riconosciuto.

Ma il caso che rende ancora più interessante il confronto è quello della Moldavia.

Nel 2018 Andrei Năstase vinse l””elezione a sindaco di Chișinău con il 52,7% dei voti. I tribunali moldavi annullarono però il risultato per violazioni delle norme sulla campagna elettorale. E questa volta Bruxelles reagì nella direzione esattamente opposta: il Parlamento europeo denunciò l””annullamento, ritenendolo avvenuto su basi dubbie e non trasparenti, e chiese alle autorità moldave di rispettare la volontà degli elettori. L””UE arrivò inoltre a collegare la vicenda all””erogazione dell””assistenza macrofinanziaria.

Ed è precisamente qui che emerge la domanda che nessuno sembra voler porre.

Perché in Moldavia la volontà dell””elettore doveva essere rispettata, mentre in Georgia il Parlamento europeo chiede di ripetere le elezioni? Perché in Bielorussia Bruxelles può stabilire che un presidente eletto non possiede legittimità democratica, mentre altrove il principio fondamentale diventa che nessun tribunale dovrebbe sovvertire la volontà popolare?

Naturalmente Bruxelles possiede una risposta per ciascuno di questi casi: irregolarità, qualità democratica delle istituzioni, libertà della stampa, interferenze straniere, rispetto dello Stato di diritto.

Io pongo però un””altra questione: non sarà che, troppo spesso, il principio democratico viene applicato con un entusiasmo direttamente proporzionale alla compatibilità geopolitica del risultato con gli interessi dell””Unione?

Perché quando dalle urne esce ciò che Bruxelles considera giusto, quel risultato diventa immediatamente la sacra volontà del popolo. Quando invece dalle stesse urne emerge un nazionalista, un euroscettico, un filorusso o semplicemente qualcuno che non intende marciare nella direzione prestabilita, ecco comparire interferenze, disinformazione, manipolazione, ingerenze straniere, sanzioni, delegittimazione e, nei casi estremi, la richiesta di tornare alle urne.

Ed eccoci nuovamente al colonnello Pogue.

Dentro ogni islandese, evidentemente, dovrebbe esserci un cittadino dell””Unione Europea che cerca di venir fuori. E se, dopo avere ascoltato per mesi tutto ciò che Bruxelles e il fronte europeista avevano da offrirgli — maggiore stabilità, influenza politica, la prospettiva dell””euro e persino maggiore sicurezza geopolitica — l””islandese continua ostinatamente a rispondere nei, takk, «no, grazie», allora, secondo questa concezione, deve esserci qualcosa che non funziona.

Io avanzo un””ipotesi differente: forse ciò che non funziona non è l””Islanda, ma l””Unione Europea. Cosa che, tra l””altro, sostengo da tempo immemore.

Per una parte delle élite europee sembra infatti inconcepibile che gli islandesi — così come prima di loro i norvegesi, gli svizzeri o i britannici — possano aver compreso benissimo e autonomamente il valore della proposta e aver ugualmente deciso, in piena libertà, che la propria sovranità valga più dei benefici promessi dall””Unione.

È questo che appare illogico e incomprensibile a costoro. Perché, se l””adesione all””Unione rappresenta il naturale punto d””arrivo della storia europea, chi la rifiuta non può semplicemente pensarla diversamente: deve necessariamente essere stato spaventato, ingannato, manipolato oppure plagiato da qualcuno.

Ed è così che, puntualmente, anche in queste ore tornano ad affacciarsi gli eterni fantasmi delle interferenze straniere: russe, cinesi e — udite, udite — persino statunitensi.

Ma forse la spiegazione è infinitamente più semplice e proprio per questo insopportabile per chi considera l””integrazione europea un processo storico irreversibile: un popolo può conoscere perfettamente ciò che Bruxelles gli offre e rispondere ugualmente di no.

Può preferire la propria moneta all””euro, la propria politica estera a quella comune, il controllo delle proprie frontiere alla libera circolazione, la propria pesca alla politica comune della pesca, la propria memoria storica ai valori che qualcun altro pretende di certificargli e, soprattutto, la propria sovranità alla promessa che cedendone ancora un pezzo vivrà necessariamente meglio.

E può persino guardare questa Europa miope e guerrafondaia, che parla ormai quotidianamente di riarmo, eserciti, minacce russe e possibili guerre future, e decidere che quella non sia affatto la destinazione alla quale desidera consegnare una parte ulteriore del proprio destino.

Perché forse dentro ogni islandese non c””è nessun cittadino dell””Unione Europea che cerca disperatamente di venir fuori.

Forse dentro ogni islandese c””è semplicemente un islandese che vuole continuare a essere islandese.

Ed è anche per questo che il lunghissimo percorso della Turchia verso l””Unione Europea non ha mai condotto Ankara dentro l””UE.

Certamente vi sono state questioni democratiche, geopolitiche, religiose e istituzionali, ma esiste, a mio giudizio, anche una ragione più profonda, della quale si parla assai meno: la Turchia ha alle spalle secoli di storia imperiale e conserva una propria concezione del mondo, del Mediterraneo, dell””Asia e persino di se stessa che non può essere ridotta alla semplice dimensione economica.

L””Impero ottomano non esiste più da oltre un secolo, ma esiste ancora, se così possiamo dire, una dimensione mentale della potenza turca. Ankara non si percepisce come una periferia in attesa che qualcuno le indichi il centro al quale appartenere; si considera essa stessa un centro. Far entrare una Turchia di questo genere nell””Unione avrebbe significato mettere insieme, per usare una vecchia immagine, un vaso di ferro e tanti vasi di terracotta, con il rischio evidente che fosse il primo, e non questi ultimi, a determinare gli equilibri.

Sinceramente troppo per questa Europa che, a mio giudizio, non sa più nemmeno essa in che cosa credere, se non in una serie di principi proclamati universali e troppo spesso postulati a tavolino.

Qualcosa di analogo, seppure su una scala immensamente più grande, è accaduto con la Russia. Negli anni in cui sembrava ancora possibile costruire una grande architettura continentale comune, Romano Prodi e soprattutto Silvio Berlusconi cercarono di avvicinare Mosca all””Europa, mentre Putin stesso parlava della Russia come di una parte della cultura europea. Ma l””ipotesi di incorporare politicamente la Federazione Russa nell””Unione non divenne mai un vero processo di adesione: partnership sì, integrazione istituzionale no.

E forse non avrebbe potuto essere diversamente. Perché la Russia, come la Turchia ma moltiplicata per dieci, non è semplicemente uno Stato: è uno spazio geopolitico, una potenza nucleare, un immenso serbatoio di materie prime e soprattutto una civiltà dotata di una propria visione storica di sé, maturata attraverso zarismo, impero, rivoluzione, Unione Sovietica e Federazione Russa.

Troppo grande per essere assimilata, troppo autonoma per essere disciplinata e, soprattutto, troppo consapevole della propria storia per accettare tranquillamente di diventare una provincia orientale di un progetto politico nichilista concepito altrove.

Ed è precisamente qui che, a mio giudizio, l””Europa ha commesso uno dei suoi più grandi errori strategici.

Invece di costruire un continente nel quale potessero convivere differenti centri di potere, mantenendo la Russia agganciata economicamente e politicamente all””Europa pur rispettandone la specificità, abbiamo progressivamente costruito un””Europa che pretendeva di estendere verso Est le proprie istituzioni e, parallelamente, una NATO che avanzava nella medesima direzione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Siamo arrivati ai giorni nostri, quando Ursula von der Leyen, Mario Draghi e un””intera classe dirigente europea parlano ormai apertamente di riarmo, preparazione militare, minaccia russa e necessità di essere pronti a un possibile conflitto futuro. Quella Russia con la quale venticinque anni fa si discuteva di partenariato strategico è diventata, nel linguaggio politico europeo contemporaneo, la minaccia esistenziale dalla quale difendersi.

Ed ecco che il cerchio si chiude.

L””Islanda deve capire che il suo futuro è nell””Unione. La Serbia deve comprendere quale memoria storica sia compatibile con i valori europei. Gli elettori rumeni devono essere protetti dalle interferenze che potrebbero portarli a votare nella maniera sbagliata. Le elezioni georgiane possono essere considerate meritevoli di ripetizione. La Russia deve essere contenuta e l””Europa deve riarmarsi per prepararsi a uno scontro che sempre più spesso ci viene presentato come possibile, se non inevitabile.

Dentro ognuno deve esserci, insomma, un buon cittadino dell””Unione Europea che cerca di venir fuori.

E se non vuole venir fuori?

Se l””islandese vuole rimanere islandese, il norvegese norvegese, il britannico britannico, il serbo serbo, il turco turco e il russo russo?

Forse il problema non è che questi popoli non abbiano ancora compreso quale sia il loro posto nella Storia. Forse hanno semplicemente una concezione della propria storia, dei propri interessi e della propria sovranità diversa da quella che Bruxelles vorrebbe imporre loro.

Ed è proprio questa possibilità che l””Europa contemporanea sembra fare sempre più fatica persino a concepire.

Perché una cosa è costruire un continente nel quale nazioni differenti decidano liberamente di cooperare; altra cosa è convincersi che esista una sola maniera legittima di essere europei, una sola direzione della Storia, una sola geopolitica possibile e, infine, persino un solo nemico dal quale tutti dobbiamo sentirci minacciati.

È a quel punto che l””Europa smette di essere una comunità di popoli e comincia ad assomigliare al colonnello Pogue.

E mentre ci spiegano che dobbiamo spendere centinaia di miliardi per riarmarci, prepararci alla guerra e considerare la Russia una minaccia esistenziale, forse non ci resta che obbedire agli ordini come i Marines alla parola di Dio e cercare, come raccomandava il buon colonnello di Full Metal Jacket, di tenere duro: «finché non passerà questa mania della pace».

Lorenzo Valloreja

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