Gallipoli, dodicenne vittima di presunte violenze tra coetanei: più tutela, prevenzione e responsabilità educativa

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per la vicenda resa nota dagli organi di informazione il 17 agosto 2026 e riguardante una studentessa dodicenne di Gallipoli che, secondo la denuncia della famiglia, sarebbe stata vittima di minacce, persecuzioni e aggressioni da parte di alcuni coetanei.

Quattro minori della stessa età, tre ragazze e un ragazzo, risultano coinvolti nell’indagine della Procura per i minorenni di Lecce. Le ipotesi di reato riportate dalla stampa riguardano stalking, lesioni e minacce aggravate. Spetterà all’autorità competente ricostruire i fatti e accertare le eventuali responsabilità individuali, nel pieno rispetto delle garanzie dovute a tutti i minori coinvolti.

La giovane età dei protagonisti impone particolare cautela anche nel linguaggio. Espressioni come “baby gang” o “baby bulle”, pur ricorrenti nella comunicazione giornalistica, rischiano di trasformare comportamenti ancora da accertare in definizioni identitarie. Distinguere la persona dalla condotta non significa minimizzare la violenza, ma riaffermare il compito educativo delle istituzioni: proteggere chi subisce, porre limiti chiari e accompagnare chi abbia eventualmente esercitato forme di prevaricazione verso la comprensione delle conseguenze delle proprie azioni.

La vicenda richiama soprattutto il diritto di ogni minore a vivere gli ambienti della formazione e della socialità senza paura. Il diritto all’istruzione non coincide con la sola possibilità di entrare in una scuola, ma comprende la sicurezza, la dignità personale e la possibilità di costruire relazioni libere da intimidazioni e sopraffazioni. Una studentessa non dovrebbe mai trovarsi nella condizione di modificare la propria esperienza scolastica per timore dei coetanei.

È su questo terreno che l’educazione ai diritti umani deve assumere una dimensione concreta. Dignità, rispetto, libertà e responsabilità non possono rimanere principi affidati esclusivamente alla trasmissione teorica. Devono diventare criteri attraverso i quali i ragazzi imparano a vivere il conflitto, riconoscere il limite delle proprie azioni e comprendere che la libertà personale non può esercitarsi a danno della sicurezza e della dignità altrui.

Il CNDDU ritiene inoltre necessario evitare che episodi di tale gravità vengano ricondotti automaticamente alla formula dell’“emergenza educativa”. Una lettura esclusivamente emergenziale produce reazioni concentrate sul singolo caso, mentre la prevenzione richiede continuità, capacità di ascolto e responsabilità condivisa. La questione non è soltanto intervenire quando la violenza si manifesta, ma costruire contesti nei quali il disagio e le dinamiche di prevaricazione possano essere riconosciuti tempestivamente.

In questo percorso la scuola svolge una funzione essenziale, ma non può essere lasciata sola. Famiglie, servizi territoriali e istituzioni devono concorrere alla costruzione di una rete educativa capace di sostenere i ragazzi e di intervenire prima che il conflitto degeneri. La scuola resta, tuttavia, un luogo fondamentale di cittadinanza, perché è nello spazio della classe che i giovani imparano quotidianamente a convivere con le differenze e a gestire il dissenso attraverso il confronto, mai attraverso l’umiliazione o la forza.

Il quadro normativo, dalla legge n. 71 del 2017 alla legge 17 maggio 2024, n. 70, ha rafforzato gli strumenti di prevenzione e contrasto del bullismo e del cyberbullismo. Oggi è necessario concentrare l’attenzione sulla loro concreta attuazione. Protocolli e procedure sono indispensabili, ma acquistano efficacia soltanto quando studenti e famiglie percepiscono l’esistenza di adulti e istituzioni capaci di ascoltare e intervenire. La prevenzione non può ridursi a un adempimento formale.

Occorre anche evitare giudizi generalizzati sulle nuove generazioni. Episodi di violenza tra giovanissimi non autorizzano a descrivere complessivamente gli adolescenti come privi di valori o incapaci di empatia. Una simile rappresentazione rischierebbe di sottrarre gli adulti alla necessaria riflessione sui modelli relazionali che trasmettono. I giovani apprendono il rispetto non soltanto dalle parole, ma dal modo in cui vedono gli adulti affrontare il conflitto, riconoscere la fragilità e assumersi responsabilità.

Il CNDDU ritiene pertanto che la vicenda di Gallipoli debba essere affrontata senza spettacolarizzazione, senza giudizi anticipati e senza sottovalutazioni. Alla dodicenne e alla sua famiglia devono essere assicurati ascolto e tutela; nei confronti degli altri minori coinvolti deve prevalere, accanto agli accertamenti di competenza dell’autorità giudiziaria, una prospettiva di responsabilizzazione educativa.

Proteggere chi subisce e continuare a educare chi abbia eventualmente esercitato violenza sono parti della medesima responsabilità adulta. A dodici anni nessun ragazzo dovrebbe imparare ad avere paura dei propri coetanei e nessun ragazzo dovrebbe crescere nella convinzione che incutere paura agli altri rappresenti una forma di forza.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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