Chi non salta, Imparato è!

C’è qualcosa che va approfondito nell’esame delle vicende del processo penale inquisitorio che in Italia ha sostituito, grazie al regime fascista e per mano di Dino Grandi e di Benito Mussolini, la gloriosa tradizione romanistica del processo accusatorio (detto anche “giusto processo”) che vede il giudice super partes sovraordinato ed equidistante da entrambe le parti contendenti: accusa e difesa. 

Non v’è dubbio che sia dal punto di vista filosofico sia da quello psicologico la tendenza all’”inquisizione” nasce in ambienti di pensiero assolutistico, intollerante, torbido e irrazionale, caratterizzati, per giunta,  dalla cospicua presenza di spie, agenti segreti e provocatori, dove il ruolo delle gang, delle mafie, delle massonerie e di altre aggregazioni nascoste e sotterranee diventa pregnante e spesso decisivo nella condanna di chi pensa diversamente. 

L’Italia e la Spagna, grazie agli intrighi sotterranei dei Gesuiti, ne sono state le patrie di elezione per i giudizi inquisitori sulla Fede. 

Poi il principio si è esteso a tutta l’attività penalmente rilevante. In verità, i governi italiani liberal-democratici espunsero dal nostro Ordinamento giuridico  il processo penale inquisitorio, ripristinando quello “accusatorio” della nobile tradizione romanistica: ma il fascismo rimescolando le carte in tavola lo reintrodusse, collocando il pubblico accusatore prepotentemente accanto al giudice al non dichiarato ma implicito intento di condizionare, in senso sfavorevole all’accusato, il giudizio connesso all’esercizio della potestà punitiva.

L’Italia antifascista, nata nel secondo dopoguerra mondiale, nel groviglio di spinte e tendenze di varia natura provenienti dall’America delle gang e delle mafie (queste ultime con addentellati  Italiani), non s’avvide (nel migliore e più ottimistico dei casi) del “monstrum” mussoliniano e per molto probabile pressione della CIA Statunitense lo “santificò” addirittura, costituzionalizzandolo. Il primo a pagare le spese di un processo inquisitorio  alla mercè di spie e di intrighi internazionali fu Alcide De Gasperi, colpito attraverso il suo fido Ministro  Attilio Piccioni. Seguì Bettino Craxi.

L’insostenibilità democratica della presenza di dipendenti statali che autocraticamente non rispondono di niente e a nessuno per il loro operato contro il principio  che pone il Parlamento, sede eletta del demos, come decisore finale sulla responsabilità politica di ogni vicenda amministrativa indusse un gruppo di socialisti (in primis, Giuliano Vassalli) ad iniziative volte a far ritornare l’Italia tra i Paesi più civili ed evoluti con il ripristino del processo penale accusatorio. 

La riforma restò, però, incompleta, sostanzialmente inattuabile per la persistenza dell’aberrante  principio dell’unificazione nella stessa  carriera del pubblico impiegato che ha il compito di  sostenere l’accusa per lo Stato e di chi deve, invece, da magistrato, giudicare sulla sua giuridica fondatezza.

Del referendum indetto sulla riforma della separazione delle carriere predisposta da Carlo Nordio l’esito è drammaticamente (per chi ha idiosincrasie per spioni e intriganti) ben noto.

A un redivivo Diogene, nostro contemporaneo, io, personalmente, chiederei  di cercare, in Italia, con la sua famosa lanterna, l’uomo che sia oggi soddisfatto e felice per l’esito della votazione referendaria conclusa. 

Sono certo che non lo troverebbe tra gli Italioti “destrorsi” della coalizione al governo del Paese.

Li scoprirebbe intenti a leccarsi le ferite della sconfitta subita e a contenere le dimissioni a grappolo (inceppatesi, per qualche tempo,  solo sulla Santanché) di esponenti dell’Esecutivo.

In più, egli coglierebbe i segni di un loro profondo pentimento per avere avviato uno scontro, perdendolo,  il cui obiettivo era la cancellazione di un principio giuridico  di pretta marca inquisitoria e fascista, difeso, invece, strenuamente, per converso e per giunta, proprio dagli antifascisti più rabbiosi e violenti.

Ma la ricerca dell’uomo soddisfatto completamente del risultato referendario gli sarebbe difficile anche tra gli Italioti di Sinistra.

E’ vero che, in questo secondo caso,  Diogene si troverebbe di fronte alla spocchiosa, sicumera, tipica dei vincitori, rappresentati in grande parte da funzionari pubblici supponenti, capaci di trincerarsi dietro un uso del “burocratese” volto a nascondere la vergogna  di aver dovuto guardare le immagini dei magistrati “indipendenti e autonomi” che cantavano “bella ciao” nei locali dei Tribunali e saltellavano gioiosi al suono di quelle note, dileggiando il capo dell’Esecutivo e sbertucciando  i loro stessi colleghi (soprattutto la giudice Imparato)  che avevano votato SI.

Non era stato possibile , per essi, negare la  volgarità becera di un tale spettacolo indecoroso, indegno anche di una società tribale ai confini del mondo civile perché esso era  stato immortalato in selfie  e diffuso on line da imbecilli persino orgogliosi di una tale “bravura”. 

Forse Diogene, abituato a ben altra razionalità, ci suggerirebbe  di non meravigliarci troppo. 

La “più bella Costituzione del mondo”, “regalando” sostanzialmente la cultura ai preti e agli speculatori con più di un pelo sullo stomaco, gli uni e gli altri dispensatori ad alto prezzo di diplomi (prima qualificati “parificati” e poi detti “paritari” per la legge del Ministro comunista Luigi Berlinguer)  ha ridotto il grado culturale degli Italiani ai livelli delle parrocchie cattoliche e dei centri sociali prediletti dalla sinistra più estrema. 

Quelle persone con i capelli bianchi (che ricoprivano, c’è da giurarlo,  cariche giudiziarie elevate, e da noi pagate per essere imparziali)  che sgambettavano nonostante l’artrosi, nei filmati che abbiamo visto, avranno  ricevuto certamente  il plauso di diplomatici in carriera o in pensione, di generali impettiti e pluridecorati, di professionisti di varia specializzazione  affermati e ben retribuiti, tutti loro coetanei;  oltre che dei nostri giovani “rivoluzionari”, frequentatori di stadi come ultras e di piazze infuocate nonché ottimi conoscitori dell’uso del martello e di altri oggetti contundenti.

Conclusione: Quest’ultimo referendum ci ha insegnato che gli scontri politici quando diventano “tribali” non consentono più l’amicizia tra portatori di idee opposte o anche solo diverse. Facebook deve rivedere le sue carte e noi l’elenco degli amici, soprattutto di quelli  on line che, non a caso, sfuggono a scambi di opinione più diretti, trincerandosi dietro “frecciate” che sono dei veri vituperi. Ce ne faremo una ragione!

 di Luigi Mazzella

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