Gli agenti provocatori

L’idea degli “agenti provocatori” maturò in Francia, durante il XVII- XVIII secolo, quando il dispotismo di Stato decise di creare una classe di delatori privati, incaricati di acquisire prove a carico di soggetti che cospirassero contro l’ordine statale.

In Italia, come altrove, è difficile individuare gli agenti provocatori “veri”, di consolidata professionalità, segreti e ben occultati;  come, del resto, tutte le spie  infiltrate organicamente  nei servizi di sicurezza, interna o internazionale,  

Possono, invece, essere più facilmente  scoperti gli agenti provocatori per così dire “dilettanti”, ex mestieranti  della politica o del giornalismo.

Il loro compito, inoltre, è molto più modesto. Essi devono fingere di essere d’accordo su una tesi con altre persone, sperando, con tale artifizio, di  indurre le medesime a orientarsi in una data direzione su certi argomenti per evitare o che diano il loro consenso a partiti diversi dal proprio o che si schierino in modo potenzialmente irreversibile contro un dato Paese o un certo obiettivo politico.

Il fenomeno di questi “agenti provocatori” si è notevolmente accentuato da noi, con l’avvento di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Perché? 

La maggioranza di essi è, sempre, stata, per così dire, “al servizio” degli Anglosassoni, sia britannici sia statunitensi, e fino a quando l’alternanza nel potere avveniva in quegli Stati in modo correttamente fisiologico: nulla quaestio!  La Nazione prevaleva sul Partito che la rappresentava.

Con l’elezione di Trump, però, qualcosa è cambiato.

La sua vittoria ha provocato una doppia rottura: quella degli Stati Uniti con la Gran Bretagna di Starmer e quella  dei Repubblicani di Trump con il  Deep State statunitense dopo che quest’ultimo  si è, sostanzialmente,  impadronito del Partito Democratico degli Obama  e dei Clinton. 

Per i nostri uomini politici e giornalisti nelle vesti di agenti provocatori è nato il problema: chi bisognava servire Trump o gli orfani di Biden sorretti dal Deep State(CIA, FBI, Pentagono, Lobby di Wall street, Industria delle armi)?

A questo punto il ricorso a Pier Paolo Pasolini e alle parole contenute nei suoi scritti “corsari” è inevitabile. Entra in gioco il compito dei  veri intellettuali, quelli che, di norma, pensano senza avere paraocchi di alcun tipo e possono intuire il vero, pur non avendo prove. (Io, pur senza prove  so! diceva il poeta}.

A giudicare  da una più che presumibile “vicinanza” ai Servizi d’intelligence e da ciò che dicono nei talk show o scrivono sulla stampa, gli agenti provocatori che operano in Italia devono ritenersi condizionati  nella loro scelta: non possono essere che  con gli Obama e i Clinton, alleati più che stretti dell’alta burocrazia americana: spionistica, militare e finanziaria. 

In più, con le intemperanze (studiate a tavolino) di Donald Trump essi possono avere la sensazione (probabilmente errata) che sia diventato più facile prendere posizione favorevole agli interessi del Deep State USA.  Se poi, indipendentemente dai rapporti internazionali,  in Italia si toccano norme costituzionali che favoriscono le possibilità di concreta  ingerenza del Paese d’Oltreoceano nella vita politica italiana, l’intervento degli agenti provocatori è perentoriamente obbligato ed ha una direzione ben tracciata. Nel caso specifico, sulla riforma Nordio non sorprende che gli “agenti provocatori” italiani siano usciti allo scoperto opponendosi alla  separazione delle carriere di giudice e pubblico Ministero. Da  “finti anti-americani” sono sempre stati ben consapevoli che l’indipendenza e l’autonomia dei pubblici accusatori, ottenuta con l’unificazione nella stessa carriera con i giudici, ha costituito il grimaldello con cui “l’amica America” ha sempre potuto “scalzare” e “defenestrare” tutti i leader politici  italiani colpevoli di poca ortodossia “atlantica”(da De Gasperi e Piccioni con il “processo Montesi” a Bettino Craxi con “Tangentopoli” e “Mani pulite”).

 
LUIGI MAZZELLA

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