Sapete chi era James Monroe? Nato nel 1758 e deceduto nel 1831, di formazione militare, è stato il 5º Presidente degli Stati Uniti d’America, per 8 anni, dal 1817 al 1825. E’ noto per la “Dottrina Monroe” che si sintetizza nello slogan “L’America agli Americani”. La dottrina, declinata da Monroe nel suo discorso, sullo stato della Unione, pronunciato al Congresso, il 2 dicembre 1823, enunciava la totale supremazia USA nel continente americano. Altresì, considerava ostile ogni intromissione di potenze terze, in particolare europee. Essa stabiliva che l’America Latina dovesse essere fuori dagli interessi degli Stati Europei, così come gli USA non sarebbero intervenuti nelle beghe europee.
Era una dottrina di isolazionismo continentale, mirata alla Europa.
Non trascorse un secolo che gli Stati colonialisti europei (Spagna, Francia, Inghilterra, Germania) minacciarono di intervenire nella crisi venezuelana del 1902/1903 per riscuotere i loro crediti. Per tutta risposta, Theodore Roosevelt Junior, anch’egli di formazione militare e 26º presidente degli Stati Uniti d’America (dal 1901 al 1909), dichiarò, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, al Congresso del dicembre 1904, l’esclusivo diritto/dovere degli USA di intervenire negli affari interni degli Stati americani.
La originale dottrina Monroe, aggiustata secondo il “Corollario Roosevelt”, detto anche “big stick diplomacy”, si trasformava da isolazionista a interventista.
Ecco delineato il ruolo statunitense di “poliziotto americano” diventato, poi, “poliziotto globale” dopo le due sciagurate guerre mondiali accese dagli Stati europei. Per la cronaca, il viso di Theodore Roosevelt, premio Nobel per la pace nel 1906, è scolpito sul monte Rushmore, assieme a quelli di George Washington, Thomas Jefferson e Abraham Lincoln.
Le relazioni USA/Europa sono state sempre un po’ tempestose. Tutto sommato, gli USA hanno sempre “rispettato” gli Stati europei perché, in fondo, sono i loro progenitori. Ma la dottrina Monroe e il Corollario Roosevelt sono chiarissimi: “Cari europei pensate ai fatti vostri ché ai nostri ci pensiamo noi.”
Donald Trump, anche lui di formazione militare, 45º e 47º Presidente degli Stati Uniti, ha trasformato quella dottrina Monroe in MAGA per quanto concerne la politica interna. Ma ha anche plasmato la politica estera in coerenza con questa. Non a caso, Donald Trump ha come ambizione il trofeo del Nobel per la pace; proprio come Theodore Roosevelt.
Questa trumpiana diversità di approccio, di cui parleremo fra breve, la si nota plasticamente sia nella crisi palestinese sia in quella ucraina. Due, infatti, sono le principali direttive e posture degli USA: “intervento di polizia”, per favorire la cessazione delle ostilità armate fra i contendenti; “disimpegno e non coinvolgimento”, per mantenere una posizione terza e neutrale. In fin dei conti, è una sorta di isolazionismo, tuttavia ben orientato agli interessi nazionali.
Sembra tutto coerente nella odierna strategia USA: Maga, America first, NSS (National Security Strategy), New Monroe Doctrine che il Washington Post definisce “Donroe Doctrine”, con la D di Donald.
Analogo approccio, non potrebbe essere diversamente, lo si vede nello scenario dell’Indo Pacifico.
Lì, la presenza di un vero competitor USA, prima inesistente, rende le questioni molto più complicate anche perché lo scenario è in forte evoluzione in confronto alla staticità delle crisi medio orientale e della Europa orientale.
Xi Jinping, il presidente cinese, ricorda, nel suo discorso di fine anno 2025, come sia inevitabile e inarrestabile l’acquisizione di Taiwan. Le intense esercitazioni militari cinesi attorno all’isola, chiamate “Justice Mission 2025”, in risposta alle annunciate vendite di armi a Taiwan per 11 miliardi di dollari, coniugate con la celebrazione del Congresso della Shanghai Cooperation Organization, cui hanno partecipato, in pompa magna, Russia, India e Turchia, sono un chiaro messaggio a tutto il mondo, ma dirette specificatamente agli USA.
Il messaggio è: la Cina non è solo una grande potenza militare emergente; ma è anche un sistema integrato, economico, tecnologico e culturale, ricco di alleanze, che si propone come attore di un nuovo schema d’ordine globale.
Allora? Come si dispiega la Donroe Doctrine? Qualche spunto lo abbiamo già citato nel caso delle due guerre a noi vicine. Ma nell’Indo Pacifico, dove si svolgerà la vera competizione mondiale, cosa sta accadendo?
Per arrivare da quelle parti, noi europei potremmo pensare che dagli USA si dovrebbe attraversare Europa, Medio Oriente, India … niente di più errato. Lì USA e Cina sono vicini e dirimpettai, con in mezzo il Pacifico, un oceano molto frequentato. Questa semplice osservazione di carattere geografico indica che l’Europa è fuori dai giochi attivi ed è di poco interesse per le potenze mondiali.
Quasi quasi, è più simile ad un onere che ad una risorsa.
In quell’area, gli USA avevano già costituito il QUAD (Quadrilateral Security Dialogue), una cooperazione strategica informale tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti con lo scopo dichiarato di ostacolare la Cina nelle sue mire espansionistiche nell’Indo-Pacifico. Il contraltare territoriale avrebbe dovuto essere l’India. Ma l’India gioca disinvoltamente su più tavoli: la vediamo nei Brics, al congresso della Shanghai Cooperation Organization, nel Quad, con la Russia. C’è solo da prenderne atto.
Quindi il Quad perde la originale spinta strategica, che va messa nel cassetto, per sostituirla con qualcos’altro. Infatti, così come era stata costruita non è funzionale nemmeno al Donroe Doctrine perché era basata sulla logica di creare fronti stabili e contrapposti, ai quali gli USA non hanno più interesse.
Se le direttrici sono “interventi di polizia” per la pace e “non coinvolgimento” (ingredienti sul letto dell’America first), le strategie debbono essere altre: non di dialogo fra alleati ideologici ma di dialogo internazionale fra diversità.
La “Donroe Doctrine” dice, infatti: controllo degli spazi strategici, relazioni economiche con gli Stati, pochi impegni politici vincolanti, gestione della competizione, riformulazione della assistenza estera, nessuna contrapposizione ideologica, occupazione degli spazi funzionali.
Non c’è più, quindi, strategia di alleanze ideologiche ma strategia di competitività e potenzialità.
Non più promozione e imposizione di stili di vita, di valori e di cultura liberale ma relazioni rispettose delle identità, difesa selettiva di interessi, prevenzioni di minacce ritenute destabilizzanti.
Agli antipodi della filosofia politica neo capitalistica e liberal democratica occidentale. Infatti, imporre stili di vita ad identità nazionali non può che portare soltanto guai e odii.
Quindi, non lotta alla Cina né coercizioni, ma economia, infrastrutture critiche, sicurezza marittima, nodi logistici, filiali operative, mercati.
Tatticamente: forti accordi funzionali, sostegno agli interessi economici, investimenti mirati e, naturalmente, lotta al crimine internazioanle.
Su questi presupposti, è difficile prevedere un esito di guerra.
E, infatti, sono questi i temi che sono stati affrontati nella recente Indo-Pacific Foreign Assistance Conference, ospitata dal Dipartimento di Stato USA e nella riunione degli ambasciatori del Quad tenutasi, addirittura, a Pechino, proprio nel mentre che la Cina conduceva le sopra citate esercitazioni militari intorno a Taiwan.
Ecco perché Trump se ne è mostrato niente affatto preoccupato.
Mentre da noi, in Ucraina e Gaza, non si riesce a spegnere l’odio e le armi; nell’Indo Pacifico, futuro ombelico del mondo, si costruisce la pace senza il costo politico di un ordine mondiale, di caratura feudale, ma adottando metodi flessibili, transazionali, funzionali, che nessuna sovrastruttura internazionale può garantire senza diventare essa stessa una dittatura e un fattore di compressione di libertà.
L’Europa deve ripensarsi perché parla un linguaggio del passato ormai remoto.
ANTONIO VOX
