Per chi ancora non l’avesse riconosciuto, questo brano è tratto — con alcuni stralci — dal Bollettino della Vittoria, diramato il 4 novembre 1918 dal generale Armando Diaz.
Eppure, tolto dal suo contesto storico, queste parole potrebbero essere applicate con sorprendente efficacia all’esercito russo che, con grande determinazione, ha di fatto vinto il conflitto che lo ha visto contrapposto non alla sola Ucraina — che ha indubbiamente fornito la carne da cannone — ma all’intero blocco occidentale a guida statunitense.
Un blocco che ha riversato nel conflitto fiumi di denaro, le migliori risorse militari, le tecnologie più avanzate e un sostegno politico e mediatico senza precedenti. È stato, in sostanza, uno stress test globale. E il risultato è stato uno solo: il sistema russo, nella sua interezza, è tutt’altro che morto o inerte. Al contrario.
In principio vi fu la sconfitta (Mariupol); poi venne la rotta (la fallita controffensiva ucraina dell’estate 2023, Zaporižžja–Robotyne–Verbove); quindi la disfatta (Avdiivka e il collasso del sistema difensivo orientale).
E prima che si giungesse alla capitolazione, Trump e Zelensky, ciascuno a modo proprio, hanno tentato di mettervi una pezza.
Ecco perché l’amministrazione americana ha elaborato i famosi 28 punti ed ecco perché — proprio in questi giorni — Kiev si è detta disponibile sia a indire elezioni presidenziali immediate sia ad accettare l’esclusione perpetua dell’Ucraina dalla Nato, purché Washington ne garantisca la sicurezza futura.
Elementi di portata politica enorme, se rapportati agli obiettivi iniziali dell’azione russa del febbraio 2022, e che certificano come il conflitto abbia ormai prodotto un esito ben diverso da quello immaginato nelle prime settimane. Eppure gli europei continuano a non capirlo — o a far finta di non comprenderlo.
Ma davvero costoro credono che il Kaiser Guglielmo II fosse così sciocco da arrendersi senza che il territorio tedesco fosse stato invaso? Ricordino piuttosto cosa accadde all’Impero austro-ungarico e a quello ottomano: si dissolsero. E vent’anni dopo, cosa accadde alla Germania di Hitler, che volle combattere fino all’ultimo uomo? Restò divisa e mutilata per oltre mezzo secolo.
Perché, allora, voler trasformare a tutti i costi una sconfitta in un irreversibile “collasso”?
Perché, come accade sempre nella storia, quando una guerra è perduta le élite soccombenti devono essere rimosse e sostituite con altre più allineate al nuovo ordine imposto dalla pace.
Gli Stati Uniti, per non essere vittime di questa legge ferrea, hanno scelto di sfilarsi per tempo dalla partita — un po’ come fece l’Italia nella Prima e nella Seconda guerra mondiale — a dimostrazione che trasformismo e opportunismo non sono un’esclusiva italiana. Del resto, gli antichi ammonivano: «Se non puoi batterli, fatteli amici».
Così, poiché Washington aveva inizialmente ipotizzato il rientro della Russia nel G7 — ricostituendolo come G8 — ma si era scontrata con l’opposizione dei partner europei, e visto che lo stesso Putin aveva dichiarato di non avere alcun interesse a rientrare in un consesso ormai inutile, Trump si è visto costretto a immaginare una nuova architettura geopolitica.
Nasce così l’ipotesi di una nuova alleanza alternativa al Gruppo dei Sette, ormai in declino: il cosiddetto Core Five (C5), che dovrebbe includere Stati Uniti, Russia, Cina, India e Giappone.
Un’organizzazione che, pur non essendo ancora formalmente costituita, certifica già la fine della Nato e l’irrilevanza strategica del Vecchio Continente per la politica estera di Washington, ormai interamente proiettata tra l’Oceano Indiano e il Pacifico.
Questo non significa affatto che gli Stati Uniti intendano abbandonare la loro sfera d’influenza sull’Europa, ma che è giunto il momento di cambiare radicalmente strategia. Come ha affermato lo stesso Trump:
«L’Europa è un gruppo di Paesi in decadenza guidati da leader deboli che non sanno cosa fare… e che — buoni o cattivi, intelligenti o stupidi — non stanno facendo un buon lavoro».
Ma qual è questo “buon lavoro” che non viene svolto?
La risposta la troviamo nelle parole di J.D. Vance a Monaco, quando ha sottolineato che «la minaccia più grave per l’Europa non proviene da Russia o Cina, ma dal progressivo abbandono dei suoi valori fondamentali».
In questo quadro, un’Europa politicamente corretta, demograficamente esausta e sempre più islamizzata — soprattutto nel Nord del continente — diventa un problema strategico non solo per Washington, ma anche per Mosca, Pechino e Nuova Delhi.
Non per ragioni razziali, come vorrebbero sostenere i cromagnon dell’informazione, ma per ragioni politiche e di sicurezza: oggi non esiste alcuno Stato islamico dotato delle capacità tecnologiche dell’Europa. Se ciò accadesse, sarebbe una iattura geopolitica di proporzioni enormi.
Ed è in questo contesto che va letto il rafforzamento dei legami con Italia, Austria, Ungheria e Polonia come strumento per indebolire l’Unione Europea e ridimensionarne il ruolo.
A metterlo nero su bianco è un documento della National Security Strategy americana. Tutto torna. Nulla di ciò che viene detto dai leader americani e russi è casuale o privo di significato.
Siamo di fronte all’avvio di una tempesta perfetta che potrebbe consentire all’Italia — se saprà giocare bene le proprie carte — di affrancarsi da Bruxelles e recuperare una maggiore autonomia in politica estera, fino a ricostruire una propria sfera d’influenza nel Mediterraneo.
Ma affinché ciò accada, una larga parte delle attuali élite dovrà inevitabilmente farsi da parte.
La storia, come sempre, presenterà il conto.
