Come sarà l’agricoltura del futuro?

Uno dei compiti principali della Regione è l’agricoltura. Non è un tema facile. Sino ad oggi il ruolo della parte pubblica e delle politiche nazionali e regionali si sono concentrate nella distribuzione dei soldi pubblici. Si crede che a Roma come in ogni Regione i politicanti che occupano quelle poltrone abbiano il compito di prendere da certuni cittadini pagatori di tasse per di dare a certi altri. Ormai da decenni. Il cittadino comune non condivide e quindi ritiene se non lecito quasi auspicabile scansare ogni tassa ma per il momento subisce.

 Poi è intervenuto il “debito buono” che è la normalizzazione della prassi italiana di più di mezzo secolo. Secondo questa suola il debito (specie quello verso le banche internazionali ma anche quelle domestiche) non è cosa così tanto brutta perché non si deve pagare mai!! Basti pagare gli interessi e siamo tutti contenti. Così giù PNRR e tutto quello che serve: non si prendono tasse da tutti per pagare la spesa pubblica ma si prendono da tutti solo per onorare gli interessi (che però nel frattempo sono divenuti sempre più grandi). Così anche i dipendenti e i padroni delle banche divengono a modo loro stipendiati pubblici e il cittadino comune almeno per il momento subisce.

 Può il futuro dell’agricoltura essere libero da queste teorie?

 Certuni dicono che non esistono dubbi che il futuro del settore primario sta nella tecnologia fatta di macchine ma anche di cultivar geneticamente modificate, di metodi di coltivazione altamente intensivi, acqua e quindi energia a più non posso, manovalanza altamente specializzata e magari estera, cioè una agricoltura capitalistica ad alto impiego di capitale e quasi industria se non proprio industria come avviene per le ormai pervadenti coltivazioni idroponiche. Naturalmente si punta alla quantità e al basso prezzo; se queste non ci sono poco male si importa dall’estero magari da popolazioni affamate africane o asiatiche i cui prodotti frammisti a quelli domestici si propinano al consumatore con etichette equivoche (prodotto “mediterraneo” o “comunitario”); inoltre si equivoca agevolmente e senza ostacoli sulla procedura utilizzata per la trasformazione e conservazione e impacchettatura altamente meccaniche e chimiche mentre si fa credere che si sia utilizzata una procedura manuale e tradizionale.

 Altri dicono che non va bene questo sistema definibile quantitativo e mondialista ma si deve mangiare sano e quindi vanno conservate cultivar e metodi di coltivazione tradizionali che rispecchino la cultura e le tipicità locali. Peraltro il mercato vuole proprio quello e quindi è disposto anche a pagare di più. Inoltre con piccoli accorgimenti peraltro esistenti e rispettosi dell’ambiente si può allargare molto la quantità prodotta. Ovviamente questo significa che non si può mettere sulla stessa bancarella il prodotto idroponico e quello vero, quello estero e quello locale, non si può esportare per italiano un prodotto confezionato in Italia ma proveniente da lontano, cioè si devono chiudere le frontiere perché sennò è impossibile pagare gli stipendi italiani e la burocrazia italiana e le tasse italiane se poi arriva una nave di olio o di grano africano che è liberamente venduto facendo credere grazie alla etichettatura compiacente come fosse nostrano.

 Qui viene il punto: la legge che fa? Asseconda le multinazionali dell’alimentazione quantitativa e mondialista che non possono stare lì a sottilizzare sulla qualità? Oppure ascoltano il grido di dolore delle moltitudini di consumatori e produttori schierati in difesa della identità alimentare? Il futuro sarà quantitativo o qualitativo? Capitalistico e quindi finanziarizzato o umanistico e quindi culturale? Dobbiamo mangiare per alimentarci e stentatamente sopravvivere o per essere noi stessi e divenire migliori?

 La Puglia si trova ad essere depositaria della dieta mediterranea e quindi la sua scelta è fondamentale nella elaborazione dei futuri scenari; I nostri politicanti hanno una idea almeno pallida di cosa fare? Fino ad oggi non sapendo che pesci prendere si è fatto tutto e il contrario di tutto salvo intervenire con un poco di soldi per tappare qualche buco qua e la. Così abbiamo che gli scaffali dei supermercati e le nostre Terre sono invasi da prodotti idroponici senza che quasi nessuno sappia cosa siano; le regole sono le stesse per tutti pur essendo procedure, prodotti e produttività differenti; convivono colture geneticamente modificate con quelle tradizionali; per noi vigono ferree regole sui fitofarmaci mentre dall’estero arriva di tutto; si aiutano gli agricoltori con un rivolo di sussidi mentre il costo di produzione premia chi compera dall’estero;…

 La sinistra è a favore delle multinazionali e quindi per la utilizzazione delle identità come specchietto per le allodole, quasi una bandiera da mettere in etichetta, uno slogan utile per indurre il compratore ad acquistare facendogli credere che sta comperando il prodotto che consumava in gioventù, la destra dovrebbe puntare a difendere e valorizzare le identità e le culture millenarie che solo noi abbiamo… cosa accadrà???