Le ragioni della separazione

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La “facile credulità” raggiunta dagli abitanti dell’Occidente dopo l’imposizione bimillenaria di verità “asserite” e “non provate” (se non addirittura “smentite dagli eventi”) da parte di predicatori religiosi e ciarlatani politici raggiunge il suo diapason, quando gli abitanti della parte ovest del Pianeta mostrano, senza reticenze o timidezze, il loro orgoglio di essere, come suole dirsi,  “il sale della Terra”: gli “unici democratici” e gli “unici capaci di realizzare la giustizia nel mondo”,

Chiediamoci, allora: sono nel vero o debbono considerarsi vittime della loro credulità? Vediamo, separatamente,  i due punti:

1) Gli “unici democratici”. 

Siamo di fronte a una “mezza verità”. E’ vero che  l’idea della Democrazia (non a caso, detta “ateniese”)  è germogliata e maturata unicamente nell’alveo della filosofia greca, empirista e razionalista,  dei Presocratici e dei Sofisti, improntata all’esercizio del  pensiero più libero e incondizionato, ma è altrettanto incontestabile che l’invenzione della fantasiosa e iperuranica metafisica  e della servile e prona Accademia da parte di Platone (vicino per  la sua visione dualistica della realtà alle tre religioni  del monoteismo mediorientale, come la sua filosofia,  improntate all’assolutismo e all’autoritarismo più intolleranti) ha distrutto e tentato (per fortuna con esito dubbio) di cancellare persino il ricordo di quell’antica saggezza. Gli interessati allievi dell’ autoritario Ateniese hanno teso a  ridicolizzare, con storielle amene, sofisti e presocratici (Diogene con la lanterna, gli Stoici con le colonne gelide di marmo e via dicendo) ma poi, con un furto rimasto storicamente insuperato, si sono appropriati dell’idea di “democrazia” facendo di  tale forma di governo l’emblema dell’Occidente. In altre parole, le utopie irrazionali dell’idealismo e del monoteismo mediorientale sono divenute il pane quotidiano di Europei (e Occidentali del mondo nuovo) che, con imprevedibile sicumera, hanno cominciato a menar  vanto di essere gli unici  a vivere  nelle vere democrazie del Pianeta.

2) Gli “unici capaci di realizzare la giustizia nel mondo”.

Qui siamo in piena ipocrisia. Il modello occidentale di “giustizia”  è stato “ereditato” non solo in Italia ma anche, con poche varianti,  in molti altri Paesi Occidentali da quello francese, inventato dal “vero campione” del più spietato assolutismo regio: Jean Baptiste Colbert, potente Ministro del Re Sole.

Le regole del “giudizio colbertiano” furono, non a caso, apprezzate e applicate con rigore in Francia   da Napoleone Bonaparte e copiate  in Italia, da Mussolini.

Esse  sono sostanzialmente ancora vigenti nel “Bel Paese” e spronano le persone di sensibilità democratica come Carlo Nordio a ipotizzare riforme che liberino il “Bel Paese” dalla morsa di autoritarismo che, insieme ad altre manifestazioni di intolleranza, rischia, oggi più che mai,  di  strangolarlo.

Che cosa aveva immaginato il callido Ministro dell’Interno francese?

Niente di diverso che  affidare la gestione della giustizia a giovani laureati  “ ancora  freschi di studi universitari” e senza alcuna esperienza di vita vissuta, scelti, sulla base delle poche conoscenze nozionistiche possedute in forza della conseguita laurea in giurisprudenza; e ciò da parte  di Commissioni nominate dal potere politico e composte da magistrati e da altri funzionari e impiegati statali.

In altre parole   compiti delicati che, in base a un diverso orientamento di pensiero, avrebbero dovuto  essere dati a professionisti esperti e maturi, selezionati variamente da Commissioni ad hoc  non inquadrate nella pubblica Amministrazione e non condizionabili, quindi, dal potere politico erano stati utilizzati dal potere politico come un vero e proprio  instrumentum regni per consentire al Sovrano di spadroneggiare nella vita politica del Paese.

La garanzia costituzionale della più assoluta “ intoccabilità” formale, garantita dalla proclamata indipendenza ed  autonomia e dalla previsione di  forme molto larvate di responsabilità hanno costituito la ciliegina sulla torta posta dai legislatori delle moderne Democrazie Occidentali.(E ciò, a partire da quelle Anglosassoni dove l’eliminazione di uomini politici “scomodi” riesce ad avvenire, attraverso un uso spregiudicato della giustizia, anche con testimonianze di fornicazioni avvenute molti e molti decenni prima del giudizio).

I critici del sistema in atto si chiedono se la collocazione del pubblico Ministero nell’ambito della stessa carriera del giudice non sia un rafforzamento delle finalità politiche che s’intendono raggiungere con i processi.  Si tratta di una collocazione che razionalmente stride con una corretta  funzione dell’Accusa,

Lo Stato può portare in causa: a) un suo interesse patrimoniale chiedendo o rifiutando di dare qualcosa di economicamente valutabile al cittadino (o rifiutandosi di dargli altro “qualcosa”)  o b)  pretendere qualcosa che è molto di più di un bene materiale chiedendo di privare il cittadino  del bene sommo della sua libertà ( per un’asserita responsabilità penale).

Prima Domanda: Perché nel primo caso vi sono gli “avvocati dello Stato”, destinati a dividere, au pair, facendosi posto,  gli scanni nell’emiciclo basso  dove siedono gli avvocati delle parti private e nel secondo caso essi sono sostituiti da  funzionari statali detti “pubblici ministeri” e qualificati “magistrati” seduti in aula su una comoda poltrona allo  stesso livello, alto, dello “scranno” di chi giudica? La differenza non può essere solo formale. Non è un caso, infatti, che lo Stato, pur non potendo attribuire, ovviamente,  il ruolo di emettere sentenza  (ius dicere) a chi accusa   considera il pubblico ministero “collega” di chi giudica e lo colloca  in una carriera che è considerata “giurisdizionale”’.

Domanda finale; E’ proprio corretto che sia così?

Luigi Mazzella

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