Esce tutto ciò che è di Alfred Corn (i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

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I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, sono lieti di annunciare la pubblicazione di una delle voci poetiche contemporanee americane più autorevoli, Alfred Corn con la raccolta di versiTutto ciò che è – Poesie scelte da I ritorni e altre raccolte poetiche con la prefazione di Edmund White e la traduzione di Alfred Corn e Angela D’Ambra. Revisione: Andrea Sirotti  

 

“Alfred Corn è il più europeo fra i poeti americani. Ha tradotto dal tedesco le Elegie duinesi di Rilke, parla francese così bene che i francesi captano un lieve accento e pensano che sia belga, il suo italiano è colloquiale e letterario, conosce tutto di storia dell’arte e di musica, di narrativa e poesia. Una volta, feci con lui un lungo viaggio in auto da Roma a Parigi, e lui non voleva sciupare il tempo, così pensò di insegnarmi a cantare i madrigali, con risultati dubbi. L’ho incontrato a New York, a una festa, negli anni ’60 e parlava francese con Ann Jones, al tempo sua moglie; erano appena tornati da Parigi. Il mio primo, elusivo romanzo, Forgetting Elena, è dedicato a loro. Erano studenti laureati; Alfred faceva ricerca sull’influenza di Melville su Camus. Ann divenne docente di letteratura comparata dedicandosi in particolare all’italiano, e al Rinascimento italiano, francese presso una delle nostre migliori università, la Smith. Divorziarono dopo che Alfred dichiarò di essere gay. Per molti anni ha vissuto con J.D. McClatchy, poeta prolifico e autore di libretti di molte opere americane ben prodotte.

Al è fra i miei più vecchi amici; lo conosco da oltre sessant’anni. Ha scritto undici volumi di poesie, saggi letterari, un libro sulla prosodia, due romanzi, e fatto molte traduzioni di testi poetici. Ed è stato tradotto in una moltitudine di lingue. È stato un accademico, docente di poesia alla Columbia University e in molti altri luoghi. Ha ricevuto lodi da Henry Louis Gates, dal poeta Anthony Hecht e dal nostro più eminente critico di poesia, Harold Bloom che ha dichiarato Corn uno dei principali poeti della sua generazione. Non voglio implicare che Corn sia pedante o “pesante” in senso teutonico. Infatti, come il lettore si renderà subito conto, egli indossa la sua erudizione con leggerezza e il suo tono è colloquiale.

Può fare un’affermazione, e poi la sfida con una domanda. Rimarcherà che i cipressi del Lago di Como sono immoti benché battuti dai venti. O interromperà all’improvviso la sua asserzione con un nuovo pensiero. O inizierà a snocciolare imperativi (“O gela! O brucia! O gela!”). Benché la sua dizione sia in genere elevata, può a un tratto farsi demotica in un modo molto inglese. Presumo che molto del nostro “umorismo” linguistico stia in questo salto dall’alto al basso. Ricordo che una volta dissi alla mia insegnante di italiano: “Sono un fanatico di Beethoven”, cosa che la fece ridere, anche se in inglese si può dire “Sono un fanatico della musica di Beethoven” senza che nessuno si accorga del cambio di registro. Come Cole Porter, Alfred Corn è capace di far rimare Spinoza con sub rosa. Può interrompere i suoi versi raffinati, classici con un improvviso urlo: “Cavolo, qualcuno per favore può gettare / Un telo sulla sua gabbia”. È anche un maestro di rime per consonanza che conferiscono alla poesia sia libertà di invenzione sia coerenza di suono. Quando dico che è colloquiale, non voglio suggerire che si dedichi alle banalità delle ciance. Con le sue pregevoli competenze tecniche, può trasportare il lettore in una Grotta Azzurra di bellezza mozzafiato, stranezza (come nella defamiliarizzazione), di luce delicata e trasfigurante. Può esplorare tutte le nostre associazioni col nome Santa Maddalena, tutte, dalla chiesa neoclassica a Parigi alle madeleine di Proust fino all’espressione “Piangeva come una Maddalena.” O in un’altra poesia da virtuoso, Corn giustappone Kafka a Bach.

In un’altra lunga poesia ricorda tutte le volte e i luoghi in cui ha visto i dipinti di Vermeer e a che punto era nella sua vita. Corn non è un poeta confessionale. Le sue poesie suggeriscono che i momenti più dolorosi della sua vita giunsero quando le sue relazioni coniugali o di coppia ebbero fine, ma le tracce di quelle ferite profonde sono poche e indirette, senza mai smarrirsi in teatrini confessionali. Nella poesia “Il mantello dell’invisibilità”, il poeta si lamenta di aver dedicato la propria vita allo studio, così generico da lisciviare il suo colore lasciandolo soltanto con “l’albinismo diurno della pagina”. Il momento in cui si avvicina maggiormente all’auto-rivelazione, un’ammissione, è nella grande poesia “E poi vidi”. Vede il proprio cadavere e il modo in cui gli amici lo smembrano, abbandonando solo il cuore. Questa è una poesia che avrebbe potuto scrivere George Herbert. Le sue poesie sovente parlano di eventi storici: per esempio, i turbamenti causati dall’11 settembre in America. Alfred Corn è un poeta infinitamente attento al mondo naturale: è lo Chardin della poesia. Come il cesto di pesche o la ciotola di fragole di Chardin, ci meravigliamo per la verosimiglianza, ma riconosciamo all’istante chi ha visto queste cose in questo modo.

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