Tgr, Amati: “Lettera aperta a Unirai e Cdr. A parte la solidarietà di casta, parliamo del merito?”

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Lettera aperta del Consigliere regionale Fabiano Amati al presidente del sindacato Unirai Francesco Palese e al CdR della Tgr Puglia.

«Egregi presidente di Unirai e componenti Cdr della Tgr Puglia, dopo aver esaurito l’attività di solidarietà nei confronti del caporedattore Fiume, di prassi o sincera non muta il problema, vogliamo parlare dei fatti? Non credo che i sindacati dei giornalisti vogliano prescindere dai fatti e dalla loro interpretazione.

I fatti prima di tutto. Così si dice. Il Tgr Puglia è un prodotto del servizio pubblico, che però deve guardare con occhio attento al pubblico e quindi allo share. È vero? Bene.

Sullo share non servono parole: basta rimandare ai numeri degli ultimi anni per farsi un quadro; i numeri sono efficaci misuratori della realtà. E chiacchiere non ce ne vogliono. Sul resto.

Non so ai sindacati dei giornalisti o al comitato di redazione, ma a me sembra curiosa la scelta d’ignorare sistematicamente, tranne eccezioni più o meno spontanee, i lavori del Consiglio regionale e delle Commissioni consiliari con i loro ordini del giorno e le loro dinamiche, per spiegare ai cittadini – attraverso la mediazione giornalistica – chi e come incide proficuamente o omette di farlo, con leggi o delibere, nella loro vita.

È questa un’ingerenza nella scaletta? O si usa l’argomento dell’ingerenza nella scaletta per costituire una zona franca da critiche e rilievi?

Negli altri Tgr regionali, a cominciare da quelli del Lazio e della Lombardia, l’attenzione è continua e sistematica, e in alcuni casi mi pare di scorgere giornalisti dedicati proprio all’attività delle relative istituzioni regionali, più o meno come accade nel caso del palinsesto nazionale e dei giornalisti parlamentari. Nel caso della Puglia, invece, l’attività della massima istituzione regionale soccombe al cospetto di concerti, mostre, presentazioni di libri, come se il Tgr fosse la sezione “svago” del Tg3 che precede, alle 14, o che succede, alle 19:30.

È lesa maestà che un esponente politico regionale possa proporre rilievi oppure essere leggermente “incazzato” senza per questo essere rubricato come il marchese del Grillo?

Non penso che il suggerimento sottinteso dei sindacati o del comitato di redazione possa essere quello di manifestare in privato le proprie rimostranze, nell’attesa di un risarcimento in termini di visibilità. Fosse questo il suggerimento, ringrazio ma sono costretto a respingerlo. Non è la mia cifra. Per appagare anche la mia umana vanità dispongo dei social: nei tempi moderni danno risultati di share inimmaginabili.

Ho criticato il metodo e non la scaletta, con parole rotonde e inequivoche, perché ho amore per il servizio pubblico. Devo sentirmi in colpa per questo?

Non voglio insegnare il mestiere a nessuno, però nessuno può pensare che il modo con cui ognuno di noi esercita i mestieri non sia soggetto a giudizio, o che la qualifica di giornalista possa da sé indultare ogni errore ed essere sbattuta in faccia – per un riflesso pavloviano  tipico delle caste – così da fornire la prova di verità a una menzogna.

Posso dire che la scaletta dovrebbe essere quella dei fatti?

Posso dare per assodato il vizio del servizio pubblico di sentirsi sempre sotto “patronato” politico? Oppure devo sottostare all’ipocrisia, per cui tutti sanno e però non si può dire perché la ruota gira? L’indipendenza, come la virtù, non è un atto di auto qualificazione ma un riconoscimento altrui.

Sui fatti mi piacerebbe avere risposte continenti dai sindacati e dal comitato di redazione.

E andiamo alla scaletta e faccio l’esempio più eclatante.

La sanità e i mali organizzativi possono entrare in una scaletta? Penso proprio di sì, considerato che questa è la maggiore competenza di una regione.

Penso di poter affermare l’utilità in ambito sanitario (soprattutto) del servizio pubblico nel generare “rumore”, magari ascoltando più voci e con il duro lavoro di studio e ricerca, così da indurre le migliori e immediate decisioni politiche.

Faccio degli esempi per evitare di scadere nel generalismo, così andiamo al succo delle cose ed evitiamo di perderci nel “donnabondismo” (Promessi sposi, cap. II), la nota scienza del parlare del metodo per non assumere il peso del merito.

Rientra in una scaletta da TG regionale o nel proposito di occuparsi di argomenti sanitari e sociali – a prescindere dal nome dei proponenti (questo si potrebbe tranquillamente omettere) – ignorare le iniziative legislative e amministrative (con il loro carico di contrapposizione e anche polemica) su SMA, SLA, papilloma virus, genoma, sequenziamento dell’esoma, epatiteC, estensione degli screening oncologici, consulenze onco-genetiche, progetti di ricerca per diagnosi precoce di tumori alla mammella, colon, collo dell’utero, politiche in favore dei bambini autistici, liste d’attesa, screening super esteso, dna fetale, centri di malattie neuromuscolari, nuovi ospedali e tanto altro ancora?

Eppure questi argomenti sono continuamente trattati dal Consiglio regionale e dalle Commissioni, con proposte di legge, atti amministrativi e di sindacato ispettivo, spesso scatenando furibonde polemiche, poiché su ogni intervento chiaramente riformatore si mettono a dura prova gli interessi più consolidati e abitudinari.

Rientra o non rientra nella scaletta del servizio pubblico scovare il “mostro” concreto dell’inefficienza, mettendolo nelle pagine di un giornale, per mettere i politici e i burocrati di fronte al dovere morale e civile di combatterlo?

Penso di sì. Ma se è così – e veniamo al succo della questione – perché questi argomenti non trovano il più ampio spazio nella così tanto esaltata scaletta? Non è una mia invenzione: basta andare nel repertorio per cogliere il senso di ciò che dico. La maggior parte dei pur bravissimi giornalisti nemmeno saprebbero riferire, per sommi capi, l’oggetto di quei provvedimenti e gli eventuali elementi di contesa, poiché raramente applicati ai singoli argomenti di merito. E mentre tutto questo non sarebbe affar mio se si trattasse di testate private – che comunque fanno meglio con minori risorse umane e sotto il giudizio del mercato – per il servizio pubblico ho il diritto di parlare e il dovere di non restare in silenzio.

Il sindacato dei giornalisti e il comitato di redazione, non vogliono purtroppo cogliere che la mia denuncia non è per ottenere più spazio, così da mostrarmi attraverso la televisione ai parenti e agli amici.

La mia denuncia, ampiamente critica nei confronti della direzione del TGR Puglia, attiene all’idea di utilità dell’informazione giornalistica e del servizio pubblico, in grado di introdurre nel dibattito elementi di riflessione per poter meglio raggiungere gli scopi riformatori di cui il Paese ha bisogno. “Cane da guardia della democrazia” non significa anche questo? Penso di sì. E se non significa questo basta farmelo sapere e non disturberò più, perché – avrebbe detto il principe Fabrizio di Salina, “il sonno è ciò che i [giornalisti] vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali”. È di applicare il monito del Gattopardo che mi viene domandato? Penso di no. O almeno lo spero, a prescindere dai comunicati di prammatica, che sono ormai come gli auguri per le feste comandate, mandati attraverso una lista broadcast di Whatsapp. Sempre uguali a se stessi».

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