Virus o non virus?

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Nell’ambito della vasta schiera di voci critiche alla gestione della recente “pandemia” esiste una divisione fra quelli che, pur contestando le politiche messe in atto, credono comunque all’esistenza del virus, il Sars-Cov2 in questo caso, e quelli che invece ritengono la teoria virale, in questo come in altri casi, una costruzione priva di fondamenti scientifici.

Sottolineo qui come la mia posizione, che vado a spiegare, non sia quella di “non esistenza del virus”, ma di “assenza di evidenze scientifiche dell’esistenza del virus”. Questo perché, in generale, è molto difficile provare scientificamente una assenza: ad esempio, se si volesse provare che io non sono mai stato in Belgio, bisognerebbe avere un archivio storico di tutte le mie giornate, con tutti i miei spostamenti, e questo archivio dovrebbe essere certificato, non manomissibile,  ecc.; viceversa, per provare che ci sono stato, basterebbe una prova che, in un dato giorno, di un dato anno, ero lì, con magari prove fotografiche, testimonianze, ecc.

 

Un’altra premessa importante è che io ritengo questo argomento tutt’altro che secondario ma anzi di fondamentale importanza: sia per

1.      dimostrare l’assoluta inconsistenza delle misure di limitazione delle libertà prese in questi ultimi anni, ed evitare così che si possa ripetere con un’altra scusa simile,

2.      ma anche per cominciare a demolire una buona parte dell’impianto della medicina moderna che, negli ultimi 150 anni (da Pasteur in poi) ha imboccato a mio avviso una strada sbagliata, quella delle risposta meccanicistica insita nella teoria del contagio.

Entrando nel merito, serve ricordare che la tecnica di isolamento virale adottata oggi si basa sugli studi del premio Nobel John Enders, che negli anni ‘50 “isolò” (qui le virgolette sono proprio d’obbligo) il virus del morbillo con una procedura che non ha niente a che fare con quello che è il concetto di isolamento della lingua italiana. In pratica, preso l’espettorato (BALF: Bronco-Alveolar Fluid, il catarro si potrebbe dire) di persone con sintomi del morbillo, lo mise in coltura di cellule di rene di scimmia e si accorse della morte delle cellule (effetto citopatico o CPE) nel giro di un paio di settimane.

Già così l’esperimento manca di validità scientifica: all’interno dell’espettorato esistono molte altre fonti di DNA e non è garantito, se non si effettua alcun tipo di isolamento, che sia stata  proprio la sostanza che si definì “virus” a causare l’effetto citopatico.

Andando poi nel dettaglio, si scopre che alla coltura di cellule di rene di scimmia, in seguito all’inserimento del BALF (a proposito: ma se il morbillo è una malattia della pelle, perché si prende l’espettorato dei polmoni?) venivano applicati due trattamenti ulteriori:

•    aggiunta di antibiotici ed altre sostanze note per essere velenose per le cellule.

•    azzeramento o quasi (ridotti al 10%) delle sostanze nutrienti.

Entrambi questi accorgimenti hanno una loro spiegazione: per il primo, la motivazione era che volevano essere sicuri che l’eventuale effetto citopatico non fosse dovuto alla presenza di batteri, la seconda era che per essere sicuri che le cellule assorbissero il BALF bisognava “affamarle”.

E questo ci può stare, ma almeno si sarebbe dovuto fare il controesperimento: applicare gli stessi due trattamenti ad una coltura di cellule dove fosse inserito del BALF di persona sana (quindi presumibilmente senza virus) o, ancora meglio, applicare i due trattamenti ad una coltura di cellule sana, senza che vi fosse inserito alcun BALF di chicchessia.

Questo secondo esperimento è stato effettuato dal microbiologo tedesco Stefan Lanka, che ha ottenuto quindi lo stesso effetto citopatico senza alcuna aggiunta di BALF nella sua coltura di cellule di rene di scimmia. E, a dire il vero, lo aveva notato anche lo stesso Enders, il quale si era accorto che il CPE si era ottenuto anche in colture senza BALF.

La sua annotazione era stata però: “Si vede che le scimmie hanno già presenti nei loro reni virus del morbillo”.

Un capovolgimento completo del metodo scientifico, non c’è che dire!

Una domanda sorge spontanea: forse i metodi di Enders erano quanto concesso dalla tecnologia negli anni ‘50, ad oggi la tecnologia ha fatto passi da gigante, ci sarà qualche altro metodo di rilevazione dei virus, no?

È vero che la tecnologia ha fatto passi da gigante, ad esempio l’IBM ha brevettato una tecnologia per la produzione di wafer in silicio per i microchip da 2 nanometri (due miliardesimi di millimetro), quindi molto più piccola di un presunto virus (si parla di 150 nanometri) quindi, in effetti, a partire da un malato di morbillo, o di Covid, o di Aids, si dovrebbe poter trovare questa particella, molto più grande delle dimensioni che possiamo trattare con la tecnologia attuale. Eppure no, si utilizza ancora la procedura messa a punto da Enders

Esiste qualcosa che non conosco in merito all’esistenza dei virus? Se me lo trovate, ve ne sarò molto grato, perché – fra l’altro – potrò con quello che mi fornirete andare ad incassare da Lanka i 100.000€ di premio che ha promesso a chi gli avrebbe fornito tali prove. O se me le fornite in merito al Sars-Cov2 1 milione di euro.

Avvertenza: il sequenziamento non è una prova dell’esistenza del virus: si tratta di un algoritmo al computer (detto, forse per rendere meno chiaro ai non addetti ai lavori, in silico) che crea una sequenza di migliaia, o decine di migliaia di basi, “compatibile” con delle regole e delle presenze basate su alcuni presupposti ed alcuni elementi trovati – guarda caso  – sempre nei BALF pieni di altro materiale. Talmente poco scientifica questa procedura che esistono già milioni di varianti del SarCov2 depositati al Gisaid, archivio di dati sull’influenza.

Altra avvertenza: la malattia di per sé non è una prova dell’esistenza del virus e della sua patogenicità: si ricade in un ragionamento circolare inconsistente dove l’effetto osservato, arbitrariamente attribuito a qualcos’altro di cui non sono in grado di dimostrare l’esistenza, diventa la prova all’indietro di quel qualcosa che non sono in grado dimostrare esistere.

In conclusione ritengo che mantenere in piedi una teoria così antiscientifica, non in grado di dimostrare l’esistenza di queste particelle, né tantomeno la loro patogenicità (la capacità di causare malattie) ci inviti a rivedere uno dei capisaldi della moderna medicina, come abbiamo visto nel documentario “Salute – Nuova Medicina” in particolare nel capitolo 7, quello dedicato appunto a virus e batteri.

di Alberto Medici

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