Cassazione: il coniuge violento è sempre responsabile della separazione

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Un uomo ha presentato ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Bari che ha dichiarato la sua separazione giudiziale dal coniuge, respingendo la sua domanda di addebito ed anzi accogliendo quella della moglie per condotta violenta ed aggressiva da parte del marito.

La Corte ha però rigettato la richiesta di assegno di mantenimento della moglie, prevedendo invece un contributo per i tre figli maggiorenni ma non autonomi economicamente, ed assegnando alla donna la casa coniugale.

I legali dell’uomo hanno sostenuto che la motivazione dei giudici del Tribunale era insufficiente e contraddittoria circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione al principio del giusto processo ed alla violazione del contraddittorio.

Il ricorrente ha lamentato che la Corte d’Appello ha erroneamente confermato l’addebito della separazione senza valutare se le violenze fisiche e morali risultanti dall’istruttoria avessero i requisiti di efficienza causale rispetto alla irreversibile crisi coniugale. Infatti, secondo il ricorrente è emerso che le violenze erano avvenute nell’ambito di un rapporto già deteriorato per altre ragioni, e sarebbero quindi state ininfluenti ed irrilevanti rispetto alla decisione di porre fine al matrimonio.

L’uomo, invece, in più occasioni è risultato essere stato violento ed aggressivo, arrivando a puntare e brandire un coltello verso la donna, chiedendole anche soldi. Circostanze dichiarate da uno dei figli e riscontrate dalla testimonianza di un teste indifferente che ha riferito di aver accompagnato la donna al Pronto Soccorso per farla curare a seguito delle percosse subite dal marito.

Secondo gli Ermellini, bene hanno fatto i giudici di merito ad uniformarsi alla costante giurisprudenza “per la quale le reiterate violenze fisiche e morali costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitalità all’autore di esse”.

Ed ancora scrivono i giudici che “il loro accertamento esonera il giudice di merito dal dovere di procedere alla comparazione, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, col comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze, trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei”.

Nulla provano le dichiarazioni di un’altra teste secondo la quale i coniugi non hanno mai avuto una intesa serena e per la quale c’era sempre qualcosa che non andava bene all’uno o all’altro. Tale circostanza non dimostra alcun comportamento omogeneo a quello delle aggressioni violente, oltre ad essere una testimonianza essenzialmente valutativa.

Ragion per cui i giudici della pima sezione della Corte di Cassazione – con l’ordinanza numero 35249 depositata lo scorso 18 dicembre 2023 – non hanno potuto far altro che confermare quanto deciso dai giudici di merito.

 Franco Marella

contributo: studiocataldi.it

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