“Dedico il cammino di Santiago a mio padre, Bruno Arena” – intervista al figlio Gianluca

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La morte del comico e cabarettista Bruno Arena, che insieme a Max Cavallari formava l’indimenticabile duo “I Fichi d’India”, ha lasciato tutti senza parole. 

A darne notizia il 27 settembre 2022 fu proprio il figlio Gianluca con un post sul proprio profilo Instagram.

Dopo quella data, Gianluca che anni fa aveva intrapreso il percorso artistico del papà, ha iniziato un nuovo percorso.

Gianluca, da quasi un mese hai intrapreso il Cammino di Santiago di Compostela. Come sta andando e dove ti trovi?

 

Non avevo mai fatto un’esperienza simile prima, nè trekking o altro, è partita dalla mia testa, dal desiderio di mettermi in gioco e dalla voglia di arrivare in fondo. 

Sono a meno 200Km da Santiago, ne ho percorsi circa 700 dall’inizio di quest’avventura.

La mia partenza era fissata per l”11 ottobre, poi dopo quello che è successo a fine settembre, avevo deciso di non partire. 

Abitando a Riccione e non a Varese come mia mamma, avrei voluto trasferirmi da lei per un po’ ed esserle vicino, e invece è stata proprio mia madre a convincermi per partire.

Il mio cammino in quel momento ha preso un altro senso, una sorta di missione. Sono partito con un ragazzo di Riccione, ma ciascuno ha fatto e continua a fare il proprio cammino in autonomia.

 

Non voglio parlarti di presenze, ma alle volte ho l”impressione di non essere solo. Non so come spiegartelo.

La mia idea è stata quella dedicare questo viaggio al mio papà, di portarlo con me.

Quando parti per Santiago dicono che devi raccogliere una pietra simbolica, per quelle che sono le tue faccende in sospeso, le tue colpe, etc. Io invece di portare un sasso ho portato una foto di papà.

 

Lui per 9 anni non ha potuto fare un passo, e io voglio recuperare tutti questi passi inespressi per lui.

Vedi l”ironia della sorte, proprio lui che nella vita sarà forse sarà stato fermo quindici minuti alle Poste (ironizza, ndr).

 

Nella vita fai divertire la gente. Possiamo definirti un attore comico?

 

Prima del covid lavoravo come cabarettista. Certo, non ero ai livelli di mio padre, ma stavo vivendo la mia bella gavetta da una decina d”anni.

Ero in coppia con un altro ragazzo e ci esibivamo con il nostro spettacolo in alcuni locali.

 

Per il rotto della cuffia nel 2012 eravamo arrivati a Colorado. Non avevo raccontato a nessuno chi fosse il mio papà, per una sorta di sfida personale. Volevo farcela con le mie capacità senza cercare consensi, né condizionare il giudizio degli autori.

 

Ricordo che un giorno eravamo in un camerino provvisorio che ci avevano assegnato, dovendo sostituire un”altra coppia di comici, quando ad un certo punto bussa alla porta il regista dicendo che era in arrivo Bruno de “I fichi d”India” con la bici e avrebbe dovuto fare  la doccia dopo la pedalata, per cui avremmo dovuto liberare quel camerino.

 

Mio papà non sapeva fossi lì, e avendomi visto direttamente sul palco mi raggiunse alla fine dello spettacolo.

Pensavo volesse farmi i complimenti, e invece mi chiese un passaggio per il rientro a casa con l”auto.

Il mio cabaret è molto diverso rispetto a quello che faceva mio padre. Sia per una questione di stili diversi, oltre che per una scelta personale. 

Non ho mai voluto essere identificato come una sorta di macchietta rispetto a lui.

 

Lo stesso fatto di approcciarmi alla carriera, da figlio d”arte, lo faccio in punta di piedi come mi ha insegnato lui, in maniera super umile.

 

Che tipo di papà era Bruno Arena in casa?

 

In casa papà era diverso rispetto a come appariva durante gli show. Ha sempre vissuto una scissione della sua persona tra quello che era lui, cioè un compagnone, e dall”altra parte l”esempio di suo padre, che era invece una persona molto rigida.

Penso che abbia sofferto parecchio per il rapporto che aveva con me e mio fratello, perché in fondo avrebbe voluto essere più simile a mio nonno per come era stato nei suoi confronti.

 

Se durante gli spettacoli era divertente, penso che alle cene si superasse.

Se avesse organizzato delle cene durante le esibizioni avrebbe fatto sold out in tutti i teatri.

 

Tra i due figli, sei l”unico ad aver intrapreso la stessa strada artistica?

 

Io e mio fratello Lorenzo siamo due persone completamente diverse.

Lui non ha mai nemmeno lontanamente pensato di avvicinarsi al mondo dello spettacolo.

 

Io invece impazzivo all”idea di poter fare quello che faceva lui. Vedevo dopo lo spettacolo la gente che lo aspettava anche venti minuti per abbracciarlo e ringraziarlo per un momento di spensieratezza o una risata.

 

Mio fratello ha affrontato la malattia e il lutto in maniera diversa da come ho fatto io, e mi ha aperto il cuore con una lettera scritta da lui proprio in ricordo di nostro padre.

Leggendo quelle righe mi sono reso conto che Lorenzo aveva un altro punto di vista, altri ricordi su mio padre che io non ricordavo o non conoscevo.

La lettera si concludeva con una frase legata a un ricordo molto intimo, di quelle rare volte in cui papà era a casa, e riuscivamo a vedere un film tutti assieme. Papà puntualmente interrompeva continuamente per tutta la durata del film con domande di ogni tipo sulla storia.

 

La frase che ha scritto Lorenzo recitava così: “continua a guardare dal paradiso il film della nostra vita, senza interromperlo con le tue solite domande”.

Dopo l’incidente automobilistico anche la malattia. Come è cambiata la vita di papà?

Quando ha fatto l”incidente era il 1984, non esistevo ancora.

Penso che quella sia stata la prima prova tangibile di quanto mio padre sia stato una persona forte.

Molti non ci pensano, ma lui dopo il sinistro si è svegliato con un”altra faccia.

Anche in quell”occasione ha reagito, sdrammatizzando l”accaduto, anche durante gli spettacoli, facendone un marchio di fabbrica, un segno distintivo.

A tal proposito raccontava un aneddoto realmente accaduto quando era ricoverato in ospedale.

 

Era sdraiato a letto con il viso completamente coperto di garze e quindi non vedeva nulla.

Ad un certo punto si sveglia e sente un respiro di una persona accanto a lui. 

Non sa chi sia, dove si trovi e cosa sia successo.

Inizia a fare delle domande, ma non ricevendo delle risposte inizia ad urlare e ad insultare l”ignaro presente.

Sentendo le urla in reparto entra in camera un”infermiera, che lo rassicura dicendo che la persona accanto a lui è in coma e non può rispondergli. Quante ne ha combinate! (Ride, ndr).

 

Quando invece ha avuto l”aunerisma nel 2013, durante la registrazione del programma Zelig sono stato la prima persona che hanno contattato. 

Pensavo fosse caduto dal palco, dato che aveva l”abitudine di lanciarsi, quindi sono arrivato in ospedale abbastanza tranquillo.

Quando invece la dottoressa mi ha comunicato il referto, ho avuto un crollo. Ho sentito il cervello fare uno switch off.

In queste situazioni vuoi o non vuoi, ti viene assegnato un ruolo dovuto dalla circostanze.

Ho capito in quel momento che sarei dovuto essere un”ancora per mia madre, così come lo è stata lei per me, mio fratello e per tutta la nostra famiglia dopo.

Con la morte di mio padre poi mi sono reso conto che avevo messo in stand-by la sofferenza di quel momento, che mi ha completamente investito.

 

Come sono stati gli ultimi anni, in cui lui era fisicamente più accanto a te, ma con una presenza “diversa”?

 

In questi anni abbiamo vissuto dei momenti fantastici, seppur accompagnati dall”amarezza di vedere mio padre cambiato. Dal punto di vista mentale era rimasto se stesso, ma completamente distrutto dalla prigionia del suo corpo, non potendo parlare o muoversi.

Questa cosa lo ha davvero consumato.

Mi sono sempre chiesto quanta rabbia deve aver provato vedendo che dopo tanto tempo non ci sia stata alcuna ripresa, alla frustrazione di non essere capito.

Non era già abbastanza quello che aveva già vissuto?

 

Spesso dall”esterno, per il nostro egoismo tendiamo a voler tenere incollate a noi le persone care, seppur sofferenti, ma la verità è che alla fine sono loro che soffrono e il discorso cambia.

 

Vivendo in un”altra città non riuscivo a vederlo sempre. L”ultima volta che l”ho visto è stata dieci giorni prima la sua dipartita.

Era sereno, felice, non avrei mai pensato che sarebbe stato quello il nostro ultimo incontro. 

 

Dopo quel momento hai scritto sui social “Non ero pronto, ma tanto non lo sarei mai stato”. Come stai oggi?

 

Nei giorni successivi, tra disordine e notizie frammentarie avevo necessità di dare informazioni certe.

Le informazioni legate alle dinamiche circa la causa del suo decesso non erano corrette. Ho sentito il dovere di rispondere a chi lo conosceva o lo amava dando delle informazioni reali, perché penso che chi spende anche solo tre secondi del proprio tempo per avere delle risposte si meriti la verità.

 

Prima di partire per il cammino di Santiago ho avuto la fortuna di essere avvolto dall”affetto di tantissime persone.

Ho ricevuto migliaia di messaggi di condoglianze, e ho voluto rispondere personalmente a tutti quanti.

 

Ciascuno è stato importante per me e la mia famiglia, per l”elaborazione di questo grande dolore.

Mi chiedo come sarebbe stato possibile superare un tal momento diversamente.

Oggi parlandone anche con te sento le ferite ancora fresche.

 

In alcuni momenti riaffiorano i dubbi o i rimpianti…

Avrei voluto guardarlo in faccia e dirgli “ehi papà adesso sono un uomo come te, dammi dei consigli che ci sono delle cose che non riesco a capire.. (pausa di silenzio e voce emozionata, ndr) ho bisogno ancora di te”.

 

Lui a quel punto mi avrebbe dato il gomito e spinto, dicendomi guarda che la vita è bella, vivila!

Amava la vita più di ogni altra cosa.

Sono molto orgoglioso di averlo avuto come papà, per i valori, i principi e per tutto quello che mi ha insegnato.

Gli sarò eternamente grato.

VINCENZO DE MARINO

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