Mafia: 38 anni fa l’omicidio di Renata Fonte, l’assessora del comune di Nardò

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Trentotto anni dopo il fatto, e nonostante cinque condanne definitive, l’omicidio di Renata Fonte, assessora 33enne del comune di Nardò (Le), leader locale del Partito Repubblicano Italiano, attiva sul fronte ambientalista e iscritta all’Unione Donne Italiane, resta un caso in parte aperto. Fu assassinata a 33 anni, poco dopo le 23, davanti alla porta della sua abitazione di corso Galliano, dopo un accesso consiglio comunale a cui aveva reso parte.

Quello del 31 marzo 1984 fu il primo omicidio di mafia nel Salento con vittima una donna. Renata Fonte si oppose a ogni forma di speculazione e lottizzazione abusiva sulla costa salentina, creando disequilibri e malumori in ambienti opachi che ben altre mire avevano su quelle aree nonostante la legge istitutiva del parco regionale di Porto Selvaggio del 1980. Passarono molti anni prima che si riconoscesse la mano della cultura mafiosa dietro quei tre colpi di pistola indirizzati a Renata la “Pasionaria”. – Il maxi processo che avrebbe scardinato i vertici della Sacra Corona Unita nel Salento si sarebbe svolto solo 7 anni dopo. Riconoscere l’esistenza di un’organizzazione mafiosa in quella terra era ancora un miraggio, ma, grazie all’opera di memoria e impegno delle figlie della vittima, Viviana e Sabrina Matrangola, insieme all’associazione Libera di don Ciotti, anni dopo quel grave fatto di sangue si ottenne il riconoscimento di “delitto di mafia”. Non commesso da esponenti della Sacra Corona Unita, ma maturato comunque in un contesto di forti connivenze, omertà, e commistione tra malaffare e politica.

Esecutore materiale dell’omicidio fu riconosciuto Pippi Durante, già noto negli ambienti investigativi. Antonio Spagnolo, spentosi il 13 marzo scorso a 92 anni, che subentrò in consiglio al posto della vittima in quanto primo dei non eletti, fu ritenuto il mandante di “terzo livello”. Per loro fu deciso il massimo della pena. Furono condannati, rispettivamente, a 24 e a 24 anni e mezzo di reclusione il pescivendolo Mario Cesari, intermediario, e Marcello My, che confessò la sua partecipazione all’agguato insieme a Durante venti giorni dopo l’arresto. Diciotto, anni infine, per Pantaleo Sequestro, disoccupato che su mandato di Spagnolo avrebbe ingaggiato Durante e My. Tanti gli interrogativi rimasti 38 anni dopo l’omicidio Fonte.

Uno per tutti: ci fu un “quarto livello” rimasto senza volto né nome? La verità processuale, definitiva ma non assoluta, lo esclude. E se davvero ci furono imprenditori interessati a investimenti nel Salento, mai venuti a galla, resta un mistero che forse Spagnolo o altri si portano con sé. La caratura delle cinque persone arrestate per quel femminicidio, ha lasciato nella memoria collettiva, nel dolore di chi è rimasto e anche nelle domande inevase di chi ha lavorato per la verità, il dubbio che vi fosse una regia superiore. Ruoli e responsabilità certi emersero nella sentenza della Corte d’Assise di Lecce, nel marzo 1987, presieduta da Domenico Angelelli con giudice istruttore Luigi De Liguori. L’impianto accusatorio fu confermato in appello l’anno a seguire, e, dopo qualche mese, in Cassazione.

Ma chi era Spagnolo, il mandante accertato, secondo i giudici che lo condannarono? Nelle carte si legge di «un uomo capace dunque di passare – letteralmente! – sul cadavere del suo avversario pur di raggiungere un obiettivo; è il trait d’union più idoneo anche per quella ignobile fauna di pseudo industriali, possidenti, imprenditori edili, “benestanti” che attraverso di lui cercano di realizzare sempre più grandi profitti. E queste – è scritto – non sono delle mere ipotesi ma realtà concreta, accertata attraverso la più sicura e affidabile delle prove: è stato lo stesso Spagnolo a riferirlo al Cesari e al Cascione; si noti, non già a tutti e due contemporaneamente ed alla loro presenza (questi due non si conoscono) ma separatamente e in tempi diversi all’uno e all’altro».

Il sacrificio consapevole di Renata Fonte restituisce al Salento un parco incontaminato, selvaggio come il suo nome (Porto Selvaggio) e bellissimo. Sul belvedere che guarda il mare, libero, campeggia una panchina rossa in memoria della custode silenziosa di quel tratto di costa.

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