Speranza, di nome ma non di fatto

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Nei corsi e ricorsi storici c’è un avvenimento che si è ripetuto due volte nel giro di un paio di decenni: che diventi ministro della Salute un politico laureato in scienze politiche. Laurea con estrema dignità, intendiamoci. Forse la meno adatta ad un ministero molto particolare e che incide pesantemente sulla vita delle persone.

Il primo, meglio, la prima, fu Rosy Bindi, che per chi non la ricorda era (è), secondo quanto diceva l’esperto di Olgettine, “più bella che intelligente”.

Il secondo è ancora lì, bello come il sole per ricordare la massima berlusconiana e con un cognome che infonde Speranza. Anzi, è proprio Speranza.

Tutta la vita tra i comunisti variamente denominati, è l’esempio pratico che per fare carriera bisogna avere la tessera del PCI in tasca. E lui, Roberto da Potenza, modestamente l’ha fatta.

Con lo sguardo vispo e le idee battenti bandiera sovietica, il nostro Speranza è lì da troppo tempo ed in un periodo troppo brutto per non conoscerlo ed apprezzarne la lungimiranza e le capacità.

Come quando, ad inizio COVID-19, decise di chiudere ai voli diretti dalla Cina. Non a quelli che facevano scalo ma partivano dalla Cina. Un genio.

Oppure quando addossò la colpa della mancata chiusura della zona rossa al governatore lombardo Fontana. Risultato? “Il ministro Speranza non ha raccontato cose veritiere, anche questo dovremo valutare” dice il Procuratore Capo di Bergamo Chiappani il quale, però, non disturba il manovratore con accuse penali. In fondo è solo un ministro che mente.

Che recordman! Il suo libro, un best seller di fantascienza, “Perché guariremo”, non uscito nel 2020, è stato non letto da milioni di lettori, che ne hanno potuto apprezzare le non verità su Covid e gestione sanitaria durante la pandemia. Un peccato, una mancanza per i tavoli traballanti e soprattutto dai bagni degli italiani, che notoriamente leggono i non libri quando avvertono i bisogni.

Sfortunato! Sacchi, l’allenatore, diceva che ci vuole anche culo allenando. Speranza no, non ne ha bisogno. La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo e, lui, modestamente si è trovato a fare il ministro nel periodo peggiore della storia mondiale. Vero. Ma ci ha messo del suo, ammettiamolo. Fondamentalmente con la gestione caotica della pandemia, ampiamente sottovalutata nel nascere e, dopo, con la compressione delle libertà fondamentali mediante tamponi e caproni scienziati pazzi, che difficilmente ne hanno imbroccato una; con scelte discutibili come quelle di puntare sul cosiddetto vaccino italiano ReiThera; soprattutto facendo il pasdaran del green pass, con una, due, tre, infinite dosi di vaccino pur di smaltire le scorte prima che scadano. Fanculo alle attività, ai 50enni senza stipendio, all’Europa che ci bacchetta.

Ma guai a toccare Speranza! Draghi lo stima. Chissà che questo non sia il Governo dei migliori.

Speriamo cambi idea. Finiamola con il green pass e riapriamo l’Italia sul serio. Perché il Belpaese non può permettersi la fine del proverbio: “Chi di Speranza vive disperato muore”.

Gianpaolo Santoro

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