RISTORATORI CON I CONTI IN ROSSO, QUANDO IL COVID GENERA PAURA

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Nessuno ha voglia di tornare in lockdown e nessuno, almeno per ora, sembra paventare sul serio questa ipotesi. Almeno in Italia. E se la Puglia dovesse mai passare in giallo poco cambierebbe nella sostanza. Ma c’è anche tanta gente che, spaventata dai numeri e soprattutto con in testa i tristi precedenti degli ultimi due anni, preferisce di fatto applicarlo: tutti in casa, pochi contatti e ben mirati con l’esterno.

A pagare le conseguenze di tutto ciò sono quei settori come la ristorazione il cui piatto – nel vero senso della parola – piange. I conti? Non tornano. Ed il fenomeno è scoppiato nei giorni immediatamente precedenti al capodanno: eventi annullati, veglioni ridimensionati o cancellati, prenotazioni sparite nel nulla. Proprio la tavola, quella cosa tanto cara a cui gli italiani non rinunciano mai (nemmeno in tempi di crisi, quando secondo l’ex premier Berlusconi erano ‘pieni zeppi’). C’è da dire che questo virus sta rendendo possibile quel che sembrava impossibile. Mi hanno davvero gettato nello sconforto alcune testimonianze. In un articolo del Nuovo Quotidiano di Puglia nello stesso settore sono spaccati in due: c’è chi va avanti lo stesso ma anche chi preferisce chiudere almeno momentaneamente perchè, come si dice, la spesa non vale l’impresa. Proprio come l’anno scorso. “Siamo passati da fare 100 coperti al giorno a farne 5-6 – ammette ad esempio il titolare de ‘La Tana dei Lupi’- e allo stesso tempo hanno aumentato le bollette in maniera spropositata. Sarebbe meglio chiudere per 2-3 settimane tutti quanti per poi riaprire con dignita […] Abbiamo bruciato i guadagni fatti, la situazione è davvero preoccupante”. Altri, come ‘L’incanto’ a Santo Spirito lavorano nei weekend e “Non ci consentono di lavorare con serenità e continuità” e chi ha il contratto a tempo determinato – si legge nell’articolo- è stato fatto terminare nella maggior parte dei casi, con il ricorso a quelli a chiamata.

Quanto emerge leggendo il giornale è preoccupante. Ma il punto è: cosa è cambiato rispetto a prima? La paura, oltre ai contagi. Anche un diffuso pessimismo, figlio forse anche di una comunicazione discutibile del momento che stiamo vivendo. E magari qualcuno non si sente nemmeno tutelato dalle istituzioni. I ristori? Devono essere davvero tempestivi. Perché in mezzo ci sono anche tanti posti di lavoro ed il ridimensionamento è palpabile. Non può definirsi in crescita ed in ripresa un paese che non sembra ancora aver trovato la formula giusta per convivere con il Covid-19. Chi di dovere deve trovare la soluzione migliore per evitare che la situazione precipiti. Perché se il lockdown non c’è nella forma, esiste nei fatti. Ma si entra in un circolo vizioso che non fa bene a nessuno e che ci priverebbe della voglia di normalità.

DOMENICO BRANDONISIO

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